Le motivazioni della giuria alle Poesie


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Le motivazioni della giuria del Premio Letterario Zeno alla cinquina della sezione Poesia. Buon 2020 e da gennaio partono le iscrizioni alla VIII edizione.


30/12/2019 | 13:46

PRIMA CLASSIFICATA: Sonia Lambertini, Qui non c’è corpo

Poesia austera ed essenziale, che usa metafore incisive, bilanciata da un apprezzabile controllo del linguaggio e del ritmo, per parlare di un sentimento originale del mondo. (GIUSEPPE FEOLA)

Sintetica, pulita, incisiva con immagini prese da un quotidiano femminile che rendono bene l'idea di spazi ristretti in cui l'anima stenta a respirare. (ELVIRA MANCO)

I versi procedono a scatti (senza corpo, appunto), affidandosi a felicissime suggestioni (c'è un buco a forma di peccato) e a dolenti evanescenze. Parole mirate come fendenti a cercare il persistere della vita nel mondo. Ectoplasmica. (DAVIDE TOFFOLI)

Una lirica avvolta da un’aura sacrale, dove la sofferenza è resa in modo estremamente efficace, direi quasi plastico; la poetessa raffigura parti di un corpo che, si legge nel titolo, “qui” non c’è (occhi, lingua, petto, piedi, testa), una sorta di sineddoche macabra quanto paradossale, ritagli, rammendi, esili, vuoti, assenze, tremori. Tra negazioni e litoti l’affermazione, cruciale per il componimento, è quella relativa al buco/peccato, una forza di fronte alla quale l’ultima reazione non può che essere l’oblio. (LUIGI DI CARLUCCIO)


SECONDO CLASSIFICATO: Carlo Tosetti, La mattina II

Il testo sembra descrivere un’azione senza tempo. L’ambientazione geografica come quella temporale è sfumata. L’unica cosa che sembra ben definita è l’azione descritta: il desiderio di conoscenza, il voler decifrare il buio. Il quadrante (di un orologio?) ci appare nei primi versi completamente vuoto, le donne quasi come se lo maledissero, lo incitano e lo provocano a forza di “veleno”, come una preghiera oscena, come una bestemmia, come la pretesa di un estremo sacrificio. Ma non c’è risoluzione, la conoscenza non si svela, il mistero resta indecifrabile e il discorso inizia a vivere di vita propria dentro di loro, le corroderà dall’interno o le rinvigorirà? (FERNANDO DELLA POSTA)

Composizione nitida e composta. Dizione molto raffinata. L'abile uso della sintassi si manifesta nella compattezza della costruzione della poesia. (GIUSEPPE FEOLA)

La lirica parla di un tempo al buio sempre straniante. Pochi versi per pennellare un quadrante nero che blocca le immagini del lettore. (LILIANA CAPONE)

Versi martellanti e sonori nelle loro battute ritmate a riprodurre quasi l'incalzare inesorabile del tempo, quasi fagocitante come le bocche che accolgono l'atomo a disfarsi. Criptica e straniante. (DAVIDE TOFFOLI)


TERZO CLASSIFICATO: Diego Bello, Rinascita

Immaginazione viva e originale. Felice disinvoltura del ritmo e della dizione, che viene un po' appannata dall'esplicito riferimento (forse non realmente necessario) a un'opera d'arte di Paul Klee che trasforma forzosamente questa poesia in una ékphrasis. (GIUSEPPE FEOLA)

Lirica profonda che attinge alla vita embrionale: nascita come abbraccio uterino e rinascita come taglio del buio. (LILIANA CAPONE)

Una descrizione del concetto di Rinascita a partire dal quadro di Paul Klee “Hohlen Blueten” (Fiori in una caverna) del 1926. Gli ingredienti ci sono tutti e sono plurali e molteplici, dall’uscita del filosofo dalla caverna Platonica, alla gemmazione e alla trasformazione del bruco. All’interno della “caverna” il sogno si mescola all’incubo, l’impressione che fa capolino tra righe e parole, seppur enigmatiche, è quella di una prigione che se da un lato abbraccia, dall’altro taglia. Ma nemmeno l’uscire allo scoperto, evento necessario all’esistere di ognuno di noi, è in definitiva una liberazione: gli steli sono spezzati, il cielo ci abbacina e ci affama. L’evento analizzato, la rinascita, sembra prendere vita nell’atto poetico, nel passaggio dall’oggetto dell’ispirazione al testo: un quadro rinasce in un altro quadro. Un’epopea condensata in pochissimi versi, paradossalmente dai tratti più statici che dinamici, dove ogni elemento viene trovato precisamente al suo posto. (FERNANDO DELLA POSTA)

Versi di un lirismo intenso e descrittivo, corredati da suggestivi accostamenti di nomi (corolle-luce / embrioni-stelle) fino alla chiusa catartica ("Il buio è pace amniotica / abbraccio e taglio"). Umanissima. (DAVIDE TOFFOLI)


QUARTA CLASSIFICATA: Raffaella Massari, Incontro

Indubbia competenza dell'autrice nel padroneggiare il ritmo e la sintassi; si ha l'impressione che l'autrice non sia pienamente convinta della rilevanza del proprio soggetto. (GIUSEPPE FEOLA)

Incontrarsi e conoscersi, condividere esperienze ed emozioni, a volte perdonare mancanze e districare malintesi. Questo è il vivere e l’interagire di ognuno di noi all’interno della comunità dei nostri simili. Sicuramente un qualcosa di positivo e vitale, ma lo sguardo del poeta ha il dovere, spesso, di andare oltre e scoprire risvolti che la normalità non considera, o considera solo quando non può esimersi dall’affrontarli. E proprio grazie a questo sguardo “altro”, l'autrice arriva a toccare verità che restano celate o “rimosse”, come la possibilità della felicità nella solitudine, la quale però, nel mondo di superficie, resta un’esclusiva prerogativa della divinità (in questo caso il “satiro”), solitudine che, non a caso, nel mondo, solo pochi uomini riescono a sopportare. (FERNANDO DELLA POSTA)

Testo che evoca e trasmette il senso di ferita sopportata e "la cura del satiro" nel suo perseverare ostinato. La perdita patita si fa necessaria a trovare la strada più naturale e più consona. Calda e vitale. (DAVIDE TOFFOLI)

È una sorta di sonetto “tronco”, volutamente spezzato, al quale, dopo due quartine con prevalenza di endecasillabi e settenari ed una misteriosa terzina, manca la strofa finale, quasi a significare anche formalmente lo smarrimento, la vertigine di un logos dolorante, cascante, decadente. L’incedere stentoreo, ansimante, gracchiante, magistralmente reso soprattutto attraverso l’uso di anàstrofe ed anàfora nelle due quartine si risolve , quasi si imbatte, nell’immagine del satiro, che sceglie e batte il tempo, che (beffardo?) disvela la sua cura. (LUIGI DI CARLUCCIO)


QUINTO CLASSIFICATO: Stefano Marino, respiro affannoso. anima densa incandescente. febbraio. Sperma

Poesia piena di intuizioni, ma un po' penalizzata dall'eccessiva lunghezza. (GIUSEPPE FEOLA)

In genere mi piacciono le poesie lunghe, danno modo al lettore di entrare nel mondo del poeta, solo che qui, una volta entrati, si resta intrappolati in una specie di gorgo. Ci sono idee originali che mi sono piaciute, ma poi l'autore si lascia prendere la mano da un eccesso di espressioni forti che, reiterate in forme diverse ma più o meno simili, finiscono per stancare. (ELVIRA MANCO)

Una scelta felice quella del poemetto, denso di rimandi, di salite, di discese, di baratri, di scalate, di cadute e di cime, per descrivere la condizione materica e spirituale di ogni essere umano, di ognuno di noi, fatta di osceno, di perizie mirabili, di crudeltà, di bontà, di sensibilità e di capacità estreme di meraviglia e di empatia. Ci si chiede all’inizio, come poggiando l’orecchio sul coperchietto di uno scrigno, se il cuore ci sia ancora; la scoperta è che effettivamente c’è, ma arriva compiutamente solo alla fine, quando anche l’essere più sventurato si riconosce nell’altro. Un abile composizione che si districa tra i segni della letteratura piùoscura, Cohen, Baudelaire, Rimbaud, Poe e i testi dalla vista più sensibile e intimista di Lucio Dalla. (FERNANDO DELLA POSTA)

Versi graffianti e stile ricercatamente quasi sgrammaticato che intrecciano atmosfere evocative e coraggiosi inseguimenti lessicali verso una sorta di orgasmo devastato e devastante che diventa meta, fine, naufragio. Apocalittica. (DAVIDE TOFFOLI)


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