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L'intervista a Mariana Branca


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La vincitrice di Zeno pubblica il suo secondo romanzo
07/06/2026 | 23:41

Dal tuo esordio con "Non nella Enne non nella A ma nella Esse2 a "SUUNS" fino a "Tichico, Cochiti", sembra che i tuoi personaggi siano sempre attraversati da una forma di ricerca, quasi da un movimento verso qualcosa che sfugge. Ti riconosci in questa continuità? C'è una domanda che la tua scrittura continua a rivolgere al mondo?

Sì, ma presuppone che mi debba un po' imbrogliare, perchè la domanda è: come faccio a farmi ogni volta la stessa domanda e farla sembrare una domanda nuova, mai posta prima d'ora? Un personaggio di un film (che amo) di Jim Jarmusch, "The Limits of Control", a un certo punto dice “Tutto cambia con il colore del vetro attraverso il quale lo vedi. Niente è reale. Tutto è immaginato. Per me a volte il riflesso è molto più presente della cosa riflessa”. Penso che scrivere sia cambiare il colore del vetro, o cambiare il vetro. Forse questi personaggi di cui scrivo, forse sono loro a scrivere me, a farmi fare domande, la domanda: come faccio a cambiare il colore del vetro? O tutto il vetro? Tutto è precario, io sono precaria, temporanea, impermanente, perciò mi faccio domande precarie; le risposte, o le soluzioni, quelle sono precarie il doppio. Questa idea del progresso come una freccia scagliata in avanti, che attraversa un sistema fisico senza attrito è un modello teorico, no? Non è che per raggiungere la sua meta, quella freccia deve annientare tutto, forse la freccia deve imparare a convivere con l'attrito. Se l'attrito fosse una persona, beh, io glielo direi: attrito, andiamo a cena insieme, facciamoci domande.

In "Tichico, Cochiti" il viaggio del protagonista è insieme fisico, spirituale e politico. Quanto ti interessava raccontare uno spostamento geografico e quanto, invece, una progressiva presa di coscienza di sé e delle strutture che ci circondano?

Spazio e corpo sono la stessa cosa per me, e: 1. esistiamo in quanto corpo, 2. tutti abitiamo, dobbiamo abitare. Noi esseri umani siamo manchevoli, non abbiamo un habitat naturale e ce lo dobbiamo inventare, costruire, sventrando le foreste o facendoci una casetta su un albero, i modi sono disparati ma un riparo lo dobbiamo costruire, o trovare. Quel riparo è spazio, così come è spazio quello che il nostro corpo occupa camminando, passando, attraversando paesi e città, andando per boschi o corsi di fiume. La coscienza, il prendere consapevolezza delle cose, di sé, di chi siamo, per me è questo accorgermi del mio corpo, dello spazio che occupa, di come lo occupa, di quali relazioni crea, se non ne crea affatto. Tichico percorre un saliscendi di montagne e valli e di nuovo montagne e di nuovo valli, sale-scende perchè la geografia del suo viaggio di ritorno deve turbare la piattezza della geografia del suo viaggio di andata. Era importante per me che il suo viaggio fosse faticoso. Io per esempio, cammino con una media di un paio di scarpe consumate (disintegrate) ogni tre mesi, cammino troppo, cammino più che posso, cammino per pensare, e mi sono accorta che, per esempio, quando faccio una brutta salita, mi trovo a domandarmi: esiste la vita dopo la morte? Se invece passeggio su una strada pianeggiante, beh, è più facile che mi chieda: ma domani piove?

Chi ha letto i tuoi libri avverte una forte attenzione al ritmo della frase, quasi una componente musicale della prosa. La musica è stata centrale anche nel tuo primo romanzo: oggi che ruolo ha nel tuo modo di scrivere? È un riferimento consapevole o qualcosa che emerge durante il lavoro sul testo?

Dopo "Non nella Enne Non nella A ma nella Esse", un giorno che ero partita per una delle mie camminate furibonde su dei bei tratti di salita spinta, mi sono trovata a domandarmi questa cosa della musica, del perchè sia così condizionata dal ritmo quando scrivo. Cioè, io non ne sono consapevole mentre scrivo, però poi mi rileggo e penso: suona bene, suona male, non è così che deve suonare. Ecco allora forse, ma non ne posso essere davvero sicura, forse è che ascolto molta musica, forse è che camminare vuol dire portare un ritmo, forse se le cose che faccio hanno un ritmo per me riconoscibile, allora mi sembrano funzionare. Sono sempre convinta che sia una sorta di trance, quella a cui mi inducono certe cose, come camminare appunto, o un libro bello, o due ballerini che ballano, o un quadro: mi fanno smettere di pensare all'atto che svolgo, alla cosa che osservo, a cosa significhi o rappresenti; mi traslano in una specie di spazio opaco, pieno di una fitta nebbiolina, dove nessuno dei cinque sensi prevale. In questo stato opaco, mi pare di essere più permeabile, di non capire le cose ma di assorbirle, fisicamente. Il mio corpo entra in uno spazio in cui tutto è sbordato, corpo e spazio si trovano ad avere un confine lasco, in cui io e il resto, almeno per quel tempo, ci mescoliamo.

Ecco, io penso che la musica l'arte la parola, è questo che devono fare, scontornare, sdefinire, smorzare, far uscire e entrare, allargare. O almeno, spero che lo facciano a me.

Hai conosciuto sia l'esperienza del Premio Calvino sia quella della vittoria al Premio Zeno. Guardando al tuo percorso, che rapporto hai oggi con i premi letterari: sono occasioni di incontro e confronto oppure soprattutto tappe che aiutano un libro a trovare i suoi lettori?

Ansia: innanzitutto ansia. I premi sono fonte di enorme ansia, cioè, non nella fase di partecipazione, in quel periodo sono tranquillla perché parto dal presupposto che tanto mica prenderanno il mio racconto (99% dei casi), ma l'ansia che si innesca quando scopro (1%) di essere stata presa, di dover andare alla premiazione, di dover parlare (balbettare) davanti a qualcuno, di dover arrossire. Io arrossisco, quindi devo prepararmi ad arrossire, e parecchio. “O homem é o único animal que cora. Ou que precisa de corar” (Mark Twain) c'era scritto da qualche parte in una mostra a Lisbona: l'uomo è l'unico animale che arrossisce. O che ha bisogno (!) di arrossire → corar (sono belle le parole, non sono belle?). Allo Zeno ho corato, ho conosciuto Emanuele che, si capisce subito, fa il suo lavoro senza corar ma col cuore, ho chiacchierato con qualcuno di argomenti meno legati al tempo che fa e più legati al tempo che facciamo, che viviamo, a questo complicato e complesso vivere contemporaneo. Oggi sono sicura che continuerei ad arrossire, però penso che corar un po', ogni tanto, non può fare così male.

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