Le motivazioni della giuria ai Romanzi Editi


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Le motivazioni della giuria del Premio Letterario Zeno alla cinquina della sezione Romanzi Editi.


2020-01-30 | 16:00

  • PRIMO CLASSIFICATO: Luigi Esposito Giardino
    Il negromante (Homo Scrivens, 2019)

Un libro che si fa notare per la grandissima potenza dei dialoghi, che riescono ad attraversare spesso il mondo dei vivi e quello dei morti. Un'intro di impatto immediato crea da subito i presupposti per un ingresso convinto in una dimensione quasi dello spirito. Esoterico. (DAVIDE TOFFOLI)

Ho sempre ritenuto deboli gli incipit che mettono subito la palla al centro: subito il protagonista, subito il tema, subito l’inizio della storia principale. Ma qui, in un attimo, l’autore sveglia la potenza immaginifica di chi legge. Descrizioni, personaggi, ambienti, atmosfere sapientemente sdrappeggiate: niente di superfluo. Ma il negromante è un ciarlatano o no? La domanda rimarrà sospesa in una atmosfera in cui ogni personaggio è connotato da un alone di mistero che, a ben vedere, altro non è se non la parte oscura, indicibile, della propria vita. Un tizio che sembrava importante muore subito, ma intorno a lui continua a muoversi la ricca trama. La comparsa di una libreria mi infastidisce: troppo scontato che libri, librerie e riflessioni da scrittore compaiano sempre nei romanzi! Poi la libreria mi smentisce e offre il luogo in cui opera un’altra persona misteriosa. Ci sono riflessioni condite da sprazzi di grande stile, che arrivano e colpiscono all’improvviso, come deve essere. Insicurezza: “L’inconscio degli insicuri è un sovrano intrattabile e severo.” Un cimitero: “Tutto intorno si sviluppava un regno fatto di nomi, date e facce cristallizzate...” Il morto rinasce, come previsto, per via di una chiavetta usb che contiene strani filmati. Un espediente narrativo molto ben preparato. Poi la trama si infittisce, il quadro si complica, sorretto dal tema sordo del grande male di vivere, diverso per ognuno di noi, ma che tutti noi unisce, anche i più malvagi: “In quelle iridi chiare, il mago riconobbe un dolore che andava molto oltre la stupida discussione appena avuta. Dietro la muraglia di prepotenza e aggressività sollevata dal giovane si poteva intravedere un animo triste, ben nascosto, forte ma mutilato.” Non puoi controllare la tua parte oscura. Lei ti può portare sul ciglio dal baratro, e quando sei lì ti puoi salvare per un tenue scrupolo. O ti puoi dannare. Per sempre. Per caso. E senza colpa. “La vera durezza, ormai lo sapeva, apparteneva alla vita, non agli uomini” (ROBERTO SCARDOVI)

Il negromante si potrebbe definire un “noir esoterico”, sennonché risulterebbe limitativo. In questo scorrevolissimo romanzo si affrontano temi forti – dolore e sofferenza – e argomenti di confine tra il prima e il dopo, la vita e il poi. Fantasmi vagano tra le pagine. Personaggi che paiono e non sono, perché ciascuno non è quel che sembra. Personaggi che si portano incollate addosso colpe irrisolte, in una instabilità continua e imperterrita, in un vivere menzogne funzionali al non vedere – e affrontare – la realtà. Intercalano il raccontare – una prosa semplice, quasi dimessa, precisa scelta stilistica che permette alle singole storie di intrecciarsi, alimentarsi – le scene che si svolgono in una libreria e che mai si concludono con l’acquisto di un libro: una sorta di confessionale muto, di classificatore di umanità, di gabinetto psicologico. La grande capacità dell’autore di amalgamare i vissuti dei vari personaggi, il meccanismo della trama – accattivante e ben strutturata - rende la lettura piacevole e tutto confluisce nel finale, che a sua volta potrebbe rappresentare l’inizio di un altro racconto. E si resta, dopo aver viaggiato con (apparente) leggerezza, con domande senza risposte perché, in fondo, non vi sono risposte, ma solo dubbi e speranze. (PAOLO CASADIO)

Un libro che si fa notare per la grandissima potenza dei dialoghi, che riescono ad attraversare spesso il mondo dei vivi e quello dei morti. Un'intro di impatto immediato crea da subito i presupposti per un ingresso convinto in una dimensione quasi dello spirito. Esoterico. (DAVIDE TOFFOLI)

 

  • SECONDO CLASSIFICATO: Mauro Ceccaranelli
    Il mondo tutto tondo (Edizioni La Gru, 2018)

Il lettore viene a trovarsi da subito su una linea sottile. Un delitto. Una donna giovane e bellissima, violentata e uccisa, in un contesto di fortissimo degrado umano. Dipinto a tinte così forti che è perfino difficile da digerire. Linguaggio rude, spezzettato, che fluidifica e scorre in romanesco a sottolineare le atmosfere più crude. Linguaggio riuscito. Forse pesante in alcuni momenti. Eppure si raccoglie qua e là, a volte raramente, a volte spesso, la capacità di un rendering efficace, come la singolare descrizione del pelo ruffo de gatti selvatici (“la mano intenta a scivolare sul capo e il dorso di zucchero filato”). (ROBERTO SCARDOVI)

Questo romanzo non è un semplice noir. Denso, claustrofobico nell’atmosfera, narrato con una prosa carica di immagini, pluralità di stili e attraversamento di generi, che avvince e conquista pagina dopo pagina. La storia di una bellezza violata, calpestata, recisa, che contrappone la propria purezza al male, declinato in più persone ma sempre con una sola faccia. Il registro espressivo muta e s’adatta alle caratteristiche di ogni personaggio con attenzione ai particolari, ricorrendo a cromatismi secchi ed efficaci. Un io narrante, con riverberi a volte deliranti, che conduce con sapienza il romanzo, ne traccia una lettura più profonda e complessa, lo guida verso una conclusione non scontata e del tutto congrua. Un romanzo di sorprendente ricchezza linguistica e rigorosità strutturale. (PAOLO CASADIO)

Un libro dal linguaggio decisamente coraggioso, tutto incentrato su un io narrante dalla voce pseudodelirante. Un noir che impatta, non sempre con esiti del tutto brillanti sul contrasto tra la protagonista pura e il dramma inesuribile del genere umano. Ambizioso. (DAVIDE TOFFOLI)

 

  • TERZO CLASSIFICATO: Iuri Toffanin
    Una pausa da me stesso (CSA Editrice, 2019)

Il libro si apre con un incipit di incredibile impatto e precipita immediatamente il lettore in un'atmosfera sospesa tra il surreale e il parodistico, che però ha il raro pregio di sfumare gradualmente in uno scorrere caotico ed umanissimo degli eventi. Intensi e spiazzanti i dialoghi. Felicissima la conclusione. Intenso. (DAVIDE TOFFOLI)

Guidato da una scrittura asciutta, a volte secca, il filo lieve e amaro del romanzo si sviluppa nel totale anonimato dei due protagonisti. Non c’è un nome e Toffanin pare che dica “non serve”. Ciascun lettore può metterci il suo. Ci sono un uomo e una donna, assai più giovane dell’uomo; c’è la mediocrità rinunciataria di lui e la vita già segnata di lei. Quest’anonimato, questa definizione dei personaggi li rende duttili, plastici, capaci di grandi accelerate e repentine retromarce. Li guida nelle indecisioni, nelle incertezze, negli insuccessi, nelle giornate sostanzialmente vuote, nel rifugiarsi in un vivere di sogni. Due solitudini che prima si scontrano e poi convergono, in un processo di reciproca possessione, verso il desiderio comune di un sentimento potente qual è la vendetta. La pagina è abilmente giocata in dialoghi serrati a volte impietosi, senza sconti, e in una cura certosina, quasi puntigliosa, dei dettagli caratteriali. (PAOLO CASADIO)

 

  • QUARTO CLASSIFICATO: Marco Rinaldi 
    Il grande Grabski (Fazi Editore, 2017)

Il protagonista, Maurizio, si trova a svolgere un percorso terapeutico tra il surreale e il grottesco con il dottor Grabski, autentica macchietta di psicoanalista: astratto, oscuro, a tratti incomprensibile, pronto a cambiar scuola di pensiero con la disinvoltura dello scafato voltagabbana. Tutto il contrario di Maurizio, che si è rivolto all’illustre luminare per risolvere un problema fisico assai intimo e vissuto con forte imbarazzo. Brillante, ironico, fluido e accattivante, il romanzo gioca per l’appunto sul contrasto tra l’astrusità inesplicabile di Grabski – esilaranti i dialoghi sul concetto di “forclusione” – e la semplicità espressiva, paziente, di Maurizio. Semplicità che sarà premiata: dallo psicocaos arruffone, squinternato e umorale di Grasbki, riuscirà a trarre un punto di vista nitido di sé e del più autentico “io” e ad affrontare le proprie problematiche (finalmente) con successo. A volte la penna di Rinaldi non è perfettamente controllata ed eccede in qualche “coloritura” macchiettistica, ma è un peccato veniale. (PAOLO CASADIO)

Il libro si contraddistingue per il suo descrittivismo facile e articolato e per una narrazione corposa, supportata spesso da un'ironia felice ed ispirata. Non convincono fino in fondo i dialoghi, anche se a tratti riescono a risultare più ispirati e quindi decisamente più coinvolgenti. Ironico. (DAVIDE TOFFOLI)

All’inizio l’autore dipinge, con dovizia di descrizioni e particolari di vita, quello che si può definire un maschio debole, incapace di inquadrare e gestire le faccende di cuore e di sesso. Presto si capisce che il personaggio è solo uno stratagemma per ironizzare su tutta una serie di comportamenti e mode che potremmo definire new age. La disanima di tutte queste fisime, tipicamente femminili, o comunque nell’immaginario tipiche delle donne, è esaustiva e abbastanza divertente. Il protagonista passa da uno stato confusionale all’altro, ogni volta impegnato in effusioni e tormenti con l’improbabile donna di turno, mai soddisfatto. Marisa, carnosa e dolciastra puttana. Ljuba, maga e truffatrice, finta slava, ma nata nel Tufello. Francesca, la moglie new age. Il linguaggio è originale, fluido, tuttavia risulta eccessivamente ingessato in un’atmosfera goliardica e scanzonata che non convince del tutto, e che, soprattutto, è un po’ poco per sostenere il filo conduttore di un intero romanzo. Un monologo o una serie di racconti a tema sarebbero forse stati più adatti. Da pagina 70 circa entra in scena il Dr Grasby, psicanalista, e la traccia cambia in una lunghissima requisitoria ironica che ripercorre, ironizzando, i molti luoghi comuni della psicanalisi. Da Freud a Jung, attraverso il sabor de cuba, il complesso di Edipo e la trippa alla romana. Carino, ma troppo esile il filo conduttore, per catturare l’attenzione fino alla fine. (ROBERTO SCARDOVI)

 

QUINTO CLASSIFICATO: Martino Sgobba
La stanza dei racconti (Giovane Holden, 2018)

Una sorta di metaromanzo che si presenta come profonda riflessione sulla vita e sui suoi molteplici personaggi. Tutto principia dalla fantomatica stanza 125 e, con una scrittura elegantemente sfaccettata e pungente, si evolve e si articola in un racconto sobrio e mai eccessivo. Misurato. (DAVIDE TOFFOLI)

Infinito gioco degli specchi tra il narrato e il vissuto, La stanza dei racconti è un vasto dipinto corale che avanza a pennellate di memoria, appunti di ricordi, intrecciando la stesura di un romanzo alla narrazione, fondendo sempre più narratore e scrittore. Per entrambi – o per l’unica persona che diventeranno – è necessario fare l’appello delle persone, dei fatti vissuti, giocati sulla eterna, irrisolvibile contraddizione tra quel che si sarebbe voluto essere e quel che si è diventati. In una stanza d’albergo pare svolgersi una rappresentazione teatrale che si arricchisce sempre più di nuovi personaggi, situazioni impreviste, spiegazioni tardive, ritorni consapevoli. La stanza 125 finisce per partecipare all’allestimento dello spettacolo, prendendo vita nel suo arredo: i mobili contrastano, s’intraversano contro l’ospite che non comprende e, anzi, alla ricerca di saldezze esistenziali finisce per affezionarvisi. Originale per struttura narrativa, scrittura espressiva, introspezione personale, musicalità, colloquio con il lettore, oscillazione continua ed equilibrata tra prima e terza persona, questo bellissimo romanzo è un doppio viaggio: quello malinconico nei ricordi e quello, pieno d’errori inevitabili, della vita. (PAOLO CASADIO)


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