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Cristina Pasqua e il suo romanzo inedito vincitore di Zeno 2022


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Il romanzo inedito "Cinque" di Cristina Pasqua, vincitore della X edizione del Premio Zeno

12/03/2023 | 20:31

Cristina Pasqua, vincitrice del Premio Zeno, sezione romanzi inediti, è nata nel 1967; vive e lavora a Roma e scrive da quando aveva quattordici anni, quando ha cominciato a collezionare le storie che le piaceva inventare.

Il suo romanzo, Cinque, è la storia di Sottomarca, il Sudicio, Philip Morris, il Gramo e Giovanni, cinque voci che rimbalzano nel quartiere tracciando i confini di giornate che si ripetono sempre uguali. Scorretti e pavidi, limacciosi e senza prospettive, ristagnano di chiacchiere di fronte al tabacchi, all’edicola, sulle panchine dietro casa. Non cercano nulla, non hanno spinte e davanti al bar si lasciano vivere tra conflitti risibili e smanie di comando. Sembrano spensierati. Vorrebbero essere pericolosi, sono solo ridicoli, sono depressi.

L’irruzione di Giovanni destabilizza gli equilibri già precari del branco, uno spartiacque nella monotonia quotidiana che provoca fratture, apre crepe, ingenera sospetti. Cinque voci che rispondono, per orizzonti asfittici e immaginario, a un unico linguaggio corrotto, privo di nerbo. Legati dalla necessità e non da un reale interesse verso l’altro, attraversano l’orizzonte di cinque storie, in fondo una sola, che fa assaporare, come la nota caramella, l’amaro di un buco con la menta intorno.

Secondo Vincenzo Rezzuti, giurato del concorso, viene da pensare a Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, così accurato nel descrivere un ambiente degradato, ma qui, ed è forse voluto, di degradato non c’è altro che i palazzi scorticati e i ragazzi attaccati ai loro cellulari. Non c’è più nemmeno il dialetto imbastardito, non ci sono gli espedienti per rimediare quattro soldi. Insomma, passività totale, come forse anche nella realtà. Ma la differenza è soprattutto sociale: non più il sottoproletariato urbano di Pasolini, ma l’atomizzata nebulosa formata da disoccupati, precari e piccoli commercianti sull’orlo del fallimento, che condividono i sogni di ricchezza di tutti, pur essendo consapevoli che solo un colpo di fortuna potrebbe cambiare una sorte segnata.

A ciò si aggiunge una terribile difficoltà di comunicare. I cinque si vedono sempre, ma non riescono mai a parlarsi veramente: la stessa fine improvvisa nasce da una frase non detta. L’autrice adotta un linguaggio universale giovanile, terribilmente standardizzato, e non lo si può certo biasimare per questo, perché rispecchia la realtà.

Il romanesco di Ragazzi di vita appare oggi antico, quasi una lingua estinta, almeno nella parte della popolazione nata dopo gli anni sessanta. Così il romanzo che oggi vuole parlare della realtà sociale non ha più lingue da utilizzare, se non una, unica, uguale per tutti, con la quale non si comunica nemmeno, se non a monosillabi o a frasi mozzate. 

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