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Premio Letterario Zeno - XIII Edizione
Benvenuti su Zeno, progetto legato all’Associazione omonima, volta a promuovere la lettura, la scrittura e la cultura in generale.
Primo obiettivo del progetto è quello di estendere un concorso letterario di prosa e poesia edita e inedita.
Il Premio ha già avuto tra i giurati Simona Vinci (autrice per Einaudi, Rizzoli e vincitrice del Premio Campiello 2016), Aldo Nove (scrittore e poeta che ha pubblicato per Castelvecchi, Einaudi, Laterza, Bompiani), Diego De Silva (giornalista, sceneggiatore e scrittore presso Einaudi, Mondadori, Rizzoli), Giuseppe Culicchia (scrittore, traduttore e saggista presso Einaudi, Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, Laterza, Garzanti), Emidio Clementi (Rizzoli, Laterza, Playground, Fazi, DeriveApprodi), Andrea Tarabbia (scrittore per Mondadori, Bollati Boringhieri, Transeuropa, Aracne, Il Saggiatore e vincitore del Premio Campiello 2019), Carola Susani (Feltrinelli, Minimum Fax, Giunti, Gaffi), Giulia Caminito (Giunti, Bompiani), Davide Orecchio (Bompiani, Gaffi, il Saggiatore).
La giuria della XIII edizione del Premio Letterario Zeno coordinata da Emanuele Bukne (Edizioni Esi, Jota Project) e da Antonio Russo De Vivo (editor) e composta da Marta Cai (Einaudi), Mattia Grigolo, Oana Rodica Alexandrescu, Davide Rigiani, Paolo Casadio, Luigi Esposito Giardino, Renato Nicassio, Marco Scarlatti, Fausto Paolo Filograna, Michele Frisia, Natalia Guerrieri, Luigia Bencivenga (vincitori delle precedenti edizioni, Sezione Romanzi), Mariana Branca, Deborah Guarnieri, Nicole Trevisan, Elisa Bellero, Carlo Nello Ceccarelli, Angela Flori, Valeria Micale, Maria Scerrato, Livio Milanesio, Alessandra Serena Capelletti (vincitori delle precedenti edizioni, Sezione Racconti), Valeria Cagnazzo, Sergio Pasquandrea, Luigi Ianzano, Fernando Della Posta, Valentina Cottini (vincitori delle precedenti edizioni, Sezione Poesia), Marcello Greco, Luigi Di Carluccio, Giuseppe Feola (Jota Project). Hanno collaborato inoltre all'edizione 2025: Federica Capoduri, Annalisa Lucini, Selene Pascasi, Lucia Zago, Pasquale Braschi, Luca Murano, Sara Notaristefano, Daiana Ongari, Stefania Raschillà, Davide Toffoli.
Il Giurato d'Onore
Marta Cai
Nata a Canelli nel 1980. Nel 2019 ha esordito con la raccolta di racconti Enti di ragione (Edizioni SuiGeneris), nel 2023 sono usciti il romanzo Centomilioni (Einaudi editore), finalista al Premio Campiello, il racconto Tipo psicanalisi (Tetra edizioni) e la raccolta Brasilampi (hopefulmonster editore).
Prima e in mezzo, ha pubblicato su riviste (inutile, Il reportage, Kaiserpanorama) e partecipato ad antologie (Ti racconto una canzone, Arcana 2022, tReMa vol. 3, edizioni Arcoiris, Splendere ai margini, Oligo editore).
Vincitori e Finalisti
Sezione A: Narrativa Edita
Enrico Prevedello
Una rivolta. Orizzonti e confini del Nord-Est (nottetempo, 2024)
Enrico Prevedello ha saputo rischiare. Ha scelto di raccontare la vicenda umana di un individuo privo del fascino del cattivo e con diverse credenziali per risultare indegno della nostra comprensione; ha ricostruito un contesto sociogeografico dove la mancanza di charme è un punto d’onore; ha guardato in faccia le sue origini e uno spicchio indigesto del nostro passato più recente con l’audacia testarda dei timidi; non ha ceduto al fascino discreto dell’esotismo dialettale e neppure alla postura di chi, attraverso lo studio (che c’è e si sente) si è emancipato da un presunto provincialismo, qualsiasi cosa significhi questo vocabolo. Una rivolta è la storia dell’indipendentista serenissimo Luciano Franceschi e di come arrivò a sparare al direttore della banca, raccontata da uno scrittore anfibio, insieme perplesso e partecipe. Come si raggiunga questa zona di illuminato sconforto ce lo dice lui stesso: “Quando Luciano mi guardava dicendo che stavo camminando su territorio veneto, l’orgoglio e la sicurezza che gli leggevo negli occhi mi spingevano a chiedermi se avessi torto io, oppure lui. Se a Borgoricco, in bottega, lui di là dal bancone dei formaggi e io di qua, fossimo in territorio veneto, oppure italiano. Oggi credo che una cosa escluda l’altra solo se si ha la presunzione di affermare che possa esistere una sola realtà alla volta”. (MARTA CAI)
Prevedello racconta la storia di Luciano Franceschi, incriminato e condannato a quindici anni di carcere per aver sparato al banchiere che gli nega il finanziamento che gli permetterebbe di salvare l’azienda di famiglia. La storia di Franceschi è legata anche all’indipendentismo veneto e ad altri strambi personaggi, come Bepin Segato e il Commando dei Serenissimi che assaltò il campanile di San Marco nel ’97. La storia di Franceschi e della sua famiglia, soprattutto, non è una storia di finzione. Racconta una realtà, certo rarefatta da coloro che l’hanno disegnata. Prevedello, che è nato e cresciuto a Borgoricco (lo stesso paese che accoglie la narrazione delle vicende attorno alla vita e ai tentativi di rivoluzione di Luciano), e ha frequentato per anni casa Franceschi, perché amico del figlio, riesce comunque a mostrare, raccogliere, le vicende con grande equilibrio e senza mai apparire di parte e rischiando di macchiare di ridicolo i personaggi. Da che parte della Storia mettersi lo lascia al lettore. L’autore accompagna i personaggi senza mai invaderli, talvolta li insegue, altre volte li osserva dall’angolo nascosto del prosatore (perché così dovrebbe essere sempre, quando sviluppiamo la materia evanescente della scrittura) con una sorta di distacco romantico, d’altri tempi. Perché questa lo è, dopotutto: una storia di altri tempi sbuffata con consapevolezza su di un presente evidentemente molto più complesso eppure meno capace. Con una voce limpida, posata, mai compassionevole o farsesca, Prevedello, grazie alla capacità di trattare il racconto scritto come racconto orale, trascina chi legge in una dimensione perduta e, forse (questo è il maggior pregio del libro), mai esistita, eppure lì, meticolosamente documentata. Una rivolta è una storia d’Italia e di italiani, una storia di provincia, dove gli ultimi restano ultimi perché i primi risultano irraggiungibili. È anche una storia di alieni, dopotutto, di stranieri alla propria terra e al proprio universo sociale e culturale, ma pur sempre gente, perché è questo che Prevedello riporta in superficie dal sottosuolo capovolto che aveva interpretato attraverso il suo esordio: il racconto della gente. (MATTIA GRIGOLO)
Enrico Prevedello ricostruisce la storia di Luciano Franceschi, che era un indipendentista veneto, un uomo che ritiene che il Veneto non sia una regione ma una nazione. Dunque non riconosce le autorità italiane, intima a quelli che considera degli invasori di andarsene, si adopera per istituire un governo veneto, e così via. Ed è al centro di molti episodi, alcuni bizzarri, alcuni drammatici. Oltre a questo, la sua storia procede parallela a una storia politica, quella della nascita della Lega negli anni settanta e ottanta, anche questo in qualche modo un movimento di indipendentismo, anche se su scala più grande. Prevedello però su Franceschi ha una prospettiva privilegiata, perché lo conosce. Sono tutti e due di Borgoricco, in provincia di Padova. Non può avere un approccio completamente distaccato sulla sua storia, che un po’ lo riguarda, e dunque, onestamente, non pretende di averla, anzi, intreccia ai capitoli su Franceschi e a quelli a proposito della politica su scala nazionale, episodi suoi autobiografici. Sono come tre diverse misure di ingrandimento su uno stesso fenomeno. L’alternarsi di questo materiale garantisce una certa spinta al libro, che non languisce mai, e Prevedello alla fine ne trae delle considerazioni su come la realtà condivisa sia una cosa meno solida di quanto abbiamo bisogno di pensare. Il che tra l’altro è interessante, primo perché è forse un tema che in qualche modo compare anche nel libro di Grillo, e secondo perché in questi anni in cui i lettori a quanto pare chiedono storie che siano vere è pertinente. (DAVIDE RIGIANI)
Per la capacità di mescolare insieme autobiografia e Storia recente. Prevedello sa narrare una realtà tanto decentrata quanto focale per comprendere la questione dell’identità nazionale. Il Veneto del suo libro emerge vivido e complesso, raccontandosi nel dettaglio, tra situazioni, luoghi e figure della sua infanzia e poi della sua vita adulta. Luciano Franceschi, piccolo imprenditore della provincia di Padova, incarna l’ideale dell’indipendenza dei Serenissimi da un’Italia a cui, come altri, non ha mai sentito di appartenere. Tra azioni esagerate, grottesche, e la rivendicazione del diritto di considerarsi indipendenti, le figure che circondano Franceschi narrano, insieme a lui, la complessità di una questione non ancora sopita. (NATALIA GUERRIERI)
Narrazione tra il diaristico, la libera rievocazione di ricordi e la ricostruzione storica. Con autentica aderenza ai fatti e una scrittura limpida, Enrico Prevedello ci racconta la storia del generale venetista Luciano Franceschi, vissuto "serenamente" e morto "serenissimo", tra lotta politica e riscatto umano. L'autore accetta di correre il rischio di rallentare il ritmo narrativo con digressioni storico-politiche, in particolare sull'evoluzione della Lega Nord, che però risultano funzionali alla comprensione della vicenda personale di Luciano e ne costituiscono il contesto. Se, come il testo ci insegna, "ci sono vari modi di interagire con la realtà in cui si è immersi", è naturale che esistano anche varie vie per rappresentare tale realtà. (LUIGI ESPOSITO GIARDINO)
Scritto in una lingua che oscilla tra l'Italiano e il dialetto veneto, è il racconto coraggioso di una storia vera, quella di Luciano Franceschi, che assume la forma di memoir-reportage. Un combattente di San Marco per la liberazione delle Terre Venete dall'invasore italiano dichiara guerra alla Repubblica Italiana. In un intreccio di cronaca e storia, l'autore conduce una preziosa riflessione sulle proprie origini e sulla realtà sociale di un territorio, realizzando dei ritratti indelebili di un mondo di soccombenti, con la Storia a fare al tempo stesso da sfondo e da protagonista. Lo stile è essenziale, calibrato sulla voce dei fossi della campagna veneta, nel tentativo ambizioso di comprendere le ragioni di una tragedia. (DAVIDE TOFFOLI)
Un testo che, usando parzialmente la metanarrazione, racconta la storia di un delitto e di un castigo in un pezzo d'Italia (il Nord della prima Lega lombarda) che ricorda stranamente anche l'Italia di oggi, come se per certi versi il tempo fosse passato più lentamente di quanto abbiamo in realtà percepito. Linguaggio semplice e chiaro, mai banale. (MARCO SCARLATTI)
Le motivazioni della giuria popolare:
"Una rivolta" nasce da una frattura reale e non fa nulla per ricomporla. Prevedello entra nel Veneto delle periferie produttive, dei capannoni vuoti e delle identità ferite con uno sguardo che rifugge le semplificazioni. Racconta una storia insieme privata e collettiva, tenendo sempre in equilibrio il dato biografico e la materia politica, senza usare l’una come pretesto per l’altra. La figura di Luciano Franceschi, imprenditore indipendentista e padre di Arturo, è il centro del libro. La sua parabola, culminata nel gesto estremo del 2013, viene ricostruita senza spettacolarizzazione, attraverso il contesto umano ed economico che l’ha resa possibile. Il Veneto che emerge non è uno sfondo, ma un corpo vivo: contraddittorio, ferito, spesso incapace di fare i conti con i propri limiti. La scrittura è uno dei punti di forza del romanzo. La prosa è tesa, controllata, precisa. Prevedello alterna memoria personale, materiali diaristici e osservazione del reale con una struttura ibrida che guarda al reportage narrativo, senza mai perdere coerenza. Le pagine tratte dai diari di Luciano, soprattutto quelle legate alla morte della moglie, colpiscono per asciuttezza e rispetto: non cercano l’emozione, la lasciano affiorare. Lentamente. Il libro affronta temi complessi – crisi economica, identità, rapporto con lo Stato – senza tesi precostituite. Non c’è giudizio, ma osservazione. Anche quando l’autore è coinvolto in prima persona, mantiene una distanza etica che rafforza il racconto. La struttura ibrida può spiazzare chi cerca un romanzo più tradizionale, ma è una scelta consapevole, che privilegia profondità e densità rispetto alla linearità. Nel complesso, Una rivolta è un libro potente, imprescindibile, e scritto con invidiabile lucidità. Riesce a trasformare una vicenda locale in una riflessione più ampia sulle periferie contemporanee, sulle promesse tradite del lavoro e sul bisogno, spesso disperato, di riconoscimento. Prevedello si inserisce con naturalezza in una tradizione che va da Vitaliano Trevisan a certa narrativa civile europea, ma trova una voce autonoma, personale, capace di restare addosso. È un libro che non cerca di piacere: chiede di essere attraversato. E una volta fatto, difficilmente si dimentica. (LUCA MURANO)
Un racconto ibrido tra memoir, reportage e indagine sociale. Attraverso la figura di Luciano Franceschi, il libro esplora le contraddizioni del Nord-Est, il peso delle identità locali, la crisi del modello produttivo e le derive dell’indipendentismo veneto. Intrecciando ricordo intimo e analisi collettiva, l’opera offre un ritratto umano e complesso senza giudicare né assolvere. (PASQUALE BRASCHI)
Prevedello esplora il NordEst italiano — inteso come area che comprende Veneto, FriuliVenezia Giulia e TrentinoAlto Adige/Südtirol — con un approccio che unisce concretezza e osservazione. Non racconta un territorio da cartolina, ma uno spazio attraversato da cambiamenti economici, tensioni identitarie, mobilità e trasformazioni sociali. I luoghi e le persone non vengono idealizzati: emergono nella loro normalità, nei limiti e nelle possibilità che aprono. La forza del libro sta proprio nella capacità di mantenere un tono misurato: l’autore non cerca effetti drammatici, non costruisce un’epica del NordEst, ma ne analizza i confini, geografici e mentali, con uno sguardo vigile. La lettura procede con chiarezza, senza salti bruschi, e permette di capire come un territorio definito produttivo e pragmatico sia in realtà molto stratificato. È un libro che si apprezza se si è curiosi di capire come certi contesti si siano formati e perché continuino a muoversi in direzioni precise. (DAIANA ONGARI)
Alberto Grillo
Un’estate da Dick Fulmine (Laurana, 2025)
Un romanzo di formazione ambientato negli anni Trenta, intriso di malinconia per un passato perduto e per un futuro già volato via. La Storia si affaccia, con la Resistenza, in un'apparizione tanto fiera quanto inavvicinabile. A farla da padrone, grazie ad un linguaggio ben centrato e ad una narrazione molto efficace, c'è sicuramente il ruolo avvolgente della dimensione familiare che tutto inghiotte. Un adolescente si specchia negli occhi di un cugino-compagno e in quel Doppio necessario trova riparo di fronte alla pluralità del Male che incombe da ogni lato. (DAVIDE TOFFOLI)
Dalla Val Bormida Francesco si trasferisce con la famiglia in un campo di lavoro tedesco sulle rive del Danubio, a seguito del padre volontario. Siamo alla fine del 1943 e il generale Badoglio ha appena comunicato alla radio l’armistizio. Il senso della fine e forse un fatale desiderio di coerenza spinge Vittorio, padre di Francesco, verso la Germania nazista. Con sé, a ricordo di un’adolescenza che si trasforma troppo presto in passato, Francesco porta un album del suo eroe di carta. Dick Fulmine è l’eroe italoamericano del fumetto autarchico che Francesco legge e colleziona. Morti i genitori durante un bombardamento che anticipa la fine della guerra, Francesco torna in Italia dove l’attendono una famiglia smembrata e il suo migliore amico, Giuseppe, diventato cieco, che pure gli ha conservato gelosamente la collezione di fumetti. La venderà per un ingresso infruttuoso nel bordello del paese. Nonostante la differente sorte dei protagonisti, questo romanzo può ricordare “Il sentiero dei nidi di ragno” di Calvino. Uguale è, ad esempio, la casualità del destino dei due ragazzi che li porta in luoghi diversi seguendo passivamente la corrente della storia. Lo stesso stile ha alcuni punti in comune con la prima prosa calviniana, senza però riuscire a raggiungere, e sarebbe difficile, la stessa fluidità. È un linguaggio tanto rivisitato da sembrare quasi troppo uniforme. Rispetto alla prima opera calviniana diverso è però lo sviluppo, perché questo romanzo continua lì dove “Il sentiero dei nidi di ragno” non arriva, nel dopoguerra, portandovi la stessa disillusione. I sentimenti attutiti dall’impossibilità di ribellarsi agli eventi (quando Francesco vede morire la madre la sua disperazione svanisce nello stesso attimo in cui viene descritta) sono il modo scelto dall’autore per descrivere non solo l’orrore della guerra, ma anche l’inanità degli eventi storici che finiscono per non cambiare nulla nella vita umana e nel destino familiare. È un orrore da cui si fugge e di cui si preferisce non parlare, ma che permane con un sapore di rimorso anche successivamente. L’unica cosa che Francesco vorrebbe conservare del proprio passato è il primo album di Dick Fulmine, l’eroe che non ha più senso in un mondo che ha rimosso da un giorno all’altro l’ideologia del ventennio. (VINCENZO REZZUTI)
L’innesco del libro di Alberto Grillo è l’armistizio tra l’Italia e gli Alleati nella Seconda Guerra Mondiale, che è il capovolgimento di tante cose che hanno definito la vita delle persone nel Ventennio fascista. Vediamo questo momento storico da lontano, dalla prospettiva di un nucleo famigliare della Val Bormida. Sono tre generazioni di viticoltori e contadini che nel tempo si sposteranno dal bosco al paese e poi alla città, e si faranno operai o impiegati eccetera. Nell’immediato l’armistizio divide questi personaggi, e poi l’onda lunga degli eventi li seguirà dove andranno. Ma, al di là della trama, è anche lo stile ad essere rilevante, fortunatamente senza essere ingombrante. Grillo procede con un passo che va dall’asciuttezza delle cose semplici, dei sentimenti dei contadini, a certi efficaci momenti più lirici. E, siccome, tra tutti questi personaggi, noi seguiamo in particolare un protagonista che ha 13 o 14 anni, Grillo racconta le cose in un modo un po’ rarefatto, lascia dei vuoti, delle cose omesse. Che è appunto la prospettiva del protagonista, che è cresciuto in fretta e in modo un po’ incoerente, come può succedere di crescere in tempo di guerra, e dunque le cose dei grandi le capisce un po’ sì e un po’ no. Tant’è che in tutto il romanzo per esempio non compare mai la parola fascismo. (DAVIDE RIGIANI)
Per la scrittura lirica e calibrata che accompagna la vicenda di Francesco, secondaria e quasi irrilevante a fronte della Storia più ampia in cui la sua adolescenza si colloca. Per la nitidezza dei gesti, dei dettagli narrati, per la capacità di fare di questo protagonista antieroico un personaggio fuori dai canoni e dal tempo, sempre sfuggente nella sua identità interiore. Grillo riesce a far toccare con mano il sentirsi fuori posto, l’incapacità di comprendere, il dolore e lo spaesamento che il suo personaggio vive nel tragico marasma della guerra e di tutte le contraddizioni che essa porta con sé. (NATALIA GUERRIERI)
Con "Un'estate da Dick Fulmine", Alberto Grillo ci mostra la Seconda Guerra Mondiale e le sue conseguenze da una prospettiva di ingenuità infantile e di crescita tormentata. Il romanzo accoglie il lettore con un'atmosfera fatta di immagini vivide, stimoli sensoriali e squarci di introspezione. A poco a poco ci si ambienta poi nella storia di Francesco, figlio cresciuto in fretta, di suo cugino Giuseppe e del loro mondo presentato per frammenti scomposti. Molto apprezzabili sono gli accostamenti metaforici che danno forza e spessore alle descrizioni: il Danubio è un "orfico dorso di un drago immacolato"; il mare è un "Gulliver liquido, mesto e arrendevole"; i sorrisi possono talvolta diventare "faticosi"; Giuseppe, dopo essere divenuto cieco, può imparare a "vedere dentro una persona" meglio di chiunque. Immagini che l'autore sa come dosare per evitare eccessi di lirismo e preservare la leggerezza della narrazione. (LUIGI ESPOSITO GIARDINO)
Di questo libro, un romanzo storico che lascia la ricostruzione degli eventi alla soggettiva di alcuni ragazzi, resta il calore e la rotondità dei grandi romanzi, scritto in un linguaggio lirico che dimostra la ricerca continua del just mot da parte dell'autore. Commovente e profondo, sognante e crudele. (MARCO SCARLATTI)
Le motivazioni della giuria popolare:
Un’estate da Dick Fulmine è un romanzo di formazione che sceglie una prospettiva laterale sul secondo conflitto mondiale: quella dell’adolescenza. Alberto Grillo racconta la guerra senza metterla sempre in primo piano, facendola filtrare attraverso silenzi, attese e paure non dette. L’infanzia diventa così un territorio di passaggio, dove l’avventura e l’immaginario popolare convivono con una realtà segnata da privazioni e incertezze. La scrittura è uno degli elementi più riusciti del libro. La prosa è curata, densa, molto attenta ai dettagli, e sa costruire atmosfere efficaci, soprattutto quando il paesaggio riflette lo stato interiore del protagonista: «La Bormida gli sfavillava accanto, il manto d’acqua irrequieta ad abbagliarlo con lampi di baleno». In alcuni punti, però, questa ricchezza espressiva rallenta il ritmo, dando più spazio all’elaborazione formale che alla progressione narrativa. Il tono è apertamente memoriale, attraversato da una vena elegiaca che guarda all’infanzia come a un tempo irripetibile. Il fumetto di Dick Fulmine, l’eroe italo-americano che salva i bravi italiani dagli stranieri ‘brutti e cattivi’, funziona bene come rifugio simbolico e come chiave dell’immaginario, e i momenti più convincenti del romanzo stanno nei gesti quotidiani, nei rapporti familiari e nell’amicizia tra ragazzi. Tuttavia, alcuni passaggi legati alla crescita restano più suggeriti che pienamente vissuti, senza un vero scarto trasformativo. Nel complesso, Un’estate da Dick Fulmine è un libro solidissimo e ben costruito, che dimostra una voce già riconoscibile e una forte cura per la lingua e l’atmosfera. Convince per sensibilità e scrittura, pur lasciando la sensazione che un maggiore equilibrio tra forma e racconto avrebbe potuto rendere il percorso narrativo ancora più incisivo. Un romanzo che si legge con piacere, soprattutto se si ama una narrativa che lavora per evocazione più che per tensione. (LUCA MURANO)
Un romanzo intenso e delicato, capace di fondere formazione, memoria e scoperta con una prosa limpida e sensoriale. La crescita di Francesco si intreccia con paesaggi vivi e momenti di forte emotività, costruendo una storia che rimane impressa per autenticità e atmosfera, grazie a un equilibrio riuscito tra tenerezza, avventura e dolore. (PASQUALE BRASCHI)
Il romanzo di Grillo ha un’impostazione leggera, mantenendo sempre un passo realistico. L’ambientazione è quella della provincia italiana, con il suo ritmo particolare fatto di spazi, routine e qualche piccola deviazione che diventa occasione narrativa. In questo contesto si inserisce il richiamo a Dick Fulmine, personaggio dei fumetti degli anni ’30: un eroe muscoloso, diretto e molto “quadrato”, che qui funziona come riferimento culturale ironico, un rimando che dà colore all’atmosfera senza diventare un’ossessione nostalgica. La storia accompagna i personaggi nelle loro giornate, tra situazioni quotidiane e piccoli eventi che li spingono a guardare il mondo da un’angolazione diversa per un momento. Non è un romanzo costruito per sorprendere o sconvolgere: punta a restituire una certa autenticità dei luoghi e dei rapporti. La scrittura è scorrevole, efficace, e mantiene un tono costante che rende la lettura piacevole anche senza grandi picchi emotivi. (DAIANA ONGARI)
Per l’originalità e l’assenza di retorica con le quali la vicenda si snoda lungo la seconda guerra mondiale. Si apprezzano anche il complesso gioco di “specchi” e il ruolo fondamentale giocato dal “non detto”. Classificarlo come romanzo di formazione sarebbe decisamente riduttivo. (SARA NOTARISTEFANO)
Daniela Stefanutto
E prese fra le dita la notte (Lindau, 2025)
La storia tragica di Beppino Zucchetto, morto suicida nel 1978, pochi mesi dopo la chiusura dei manicomi, affidata sapientemente ad un racconto polifonico, che nella pluralità di voci riesce a trovare il proprio equilibrio, trovando forma in un caleidoscopio di figure ricomposte con cura dall'autrice in un'esposizione lucida e commovente. La figura di Giuseppe, cugino originale e affascinante poi rinchiuso nel manicomio di San Servolo, è struggente e potentissima: un abitante dell'altrove, ancorato al presente solo grazie ad una Olivetti Lettera 32. Una testimonianza corale costruita recuperando le voci di pazienti, medici e infermieri. Nella Storia e oltre la stessa. (DAVIDE TOFFOLI)
Daniela Stefanutto racconta la storia di Giuseppe Zucchetto, un uomo che nel 1969 è entrato nel manicomio di San Servono. In Italia è l’epoca dei manicomi prima della legge Basaglia, che è del ’78, dunque è l’epoca dell’elettroshock e di molte altre pratiche mediche spaventose. Zucchetto è il cugino dell’autrice, e dunque questa per metà è un’indagine di tipo giornalistico, o saggistico, ma per metà è un’indagine più intima, più affettiva. Non vediamo solo dentro al manicomio stesso, ma anche dentro alla famiglia di Zucchetto, che attraversa questa storia come veniva vissuta allora, quando la malattia mentale era trattata quasi con una specie di superstizione, e i famigliari erano in balia di una medicina e di una sanità che non erano in grado di curare i pazienti, ma anzi li danneggiavano. L’autrice è entrata negli ex manicomi, ha recuperato documenti dell’epoca, testimonianze e suoi ricordi personali. Ha messo in ordine fonti eterogenee, che possono spaziare da un registro tecnico a brani in dialetto veneto, e in questo modo ha restituito la descrizione precisa e possiamo dire tridimensionale di un’epoca che in fin dei conti purtroppo non è ancora poi lontana. (DAVIDE RIGIANI)
Un romanzo biografico (e in parte autobiografico) dove l’immaginazione serve a colmare le inevitabili lacune di una storia solo in parte conosciuta. Il modello narrativo potrebbe ricordare in parte i romanzi di Carrere e quel piccolo gioiello che è “Dora Bruder” di Patrick Modiano. Nella ricerca delle tracce di una vita e nell’impossibilità di conoscerla veramente sta tutto il senso di quest’opera, dove il protagonista assente è Beppino, cugino dell’autrice morto suicida nel 1978 e ospite a lungo del manicomio di Venezia sull’isola di San Servolo. Lei, l’autrice, studentessa appassionata del lavoro di Basaglia, arriva a San Servolo quando la struttura è già stata abbandonata, come tante altre proprio in quel 1978 che vede cadere i muri dei manicomi e apre a speranze che saranno in parte deluse. Da un giorno all’altro l’istituzione totale è sparita, rimossa da una coscienza sporca collettiva che considerava la pazzia una vergogna da occultare. Ricostruire ciò che avveniva nei manicomi è già difficile. Beppino si è suicidato poco prima lasciandosi travolgere da un treno, indifferente al grande cambiamento che sarebbe avvenuto nel luogo dove era stato a lungo segregato. Aveva sognato di emigrare in Unione Sovietica, essendo comunista e appassionato cultore di letteratura russa. Quando era partito in treno per realizzare il suo sogno si era dovuto fermare a Belgrado. Un dattiloscritto che aveva con sé era andato perduto o forse era stato rubato e lui rispedito subito in Italia, già sconfitto. Il dattiloscritto era stato battuto con una Olivetti Lettera 32, lo strumento di una generazione che scriveva per rifiutare di adattarsi e a cui Beppino apparteneva forse senza saperlo, così come vi appartiene in modo diverso l’autrice, lucida ricercatrice che tenta di ricostruire la vita del cugino attraverso testimonianze e cartelle cliniche, nel tentativo di riscattare una colpa non sua. Se lo stile del romanzo ricorda l’autofiction alla Carrere, con un’attenzione particolare per le descrizioni apparentemente insignificanti della vita quotidiana, l’autrice lo adotta in modo personale, con grande capacità di rendere ambienti e atmosfere del passato e del presente. Nel testo sono presenti citazioni dei “Racconti di San Servolo” che riportano testimonianze e ricordi della vita in manicomio. Il romanzo diventa così un racconto corale che alterna alla voce dell’autrice quelle dei pazienti, dei medici e degli infermieri di San Servolo. “E prese fra le dita la notte” è il verso di una poesia dedicata a Beppino dal fratello. (VINCENZO REZZUTI)
Per la capacità di analisi e la determinazione nel ricostruire i fatti, per lo strenuo tentativo di voler comprendere un passato che ancora le parla, che l’autrice mette in atto nel lungo e articolato lavoro di recupero di ricordi, documenti, testimonianze che fanno della storia di Giuseppe la descrizione di una vicenda più ampia. È l’Italia del prima e dopo Basaglia che Stefanutto racconta in questo libro, dove la chiusura dei manicomi coincide quasi con la conclusione della vita di Giuseppe: l’anno della legge che cambia per sempre il nostro rapporto con la salute mentale è lo stesso del suicidio del cugino dell’autrice. Stefanutto scava nelle profondità della propria storia personale e in quella della comunità in cui è cresciuta, con una prosa limpida e scorrevole, adiuvata dall’ausilio di una sequenza in bianco e nero di fotografie provenienti dell’album di famiglia. (NATALIA GUERRIERI)
Nel suo libro "E prese fra le dita la notte", Daniela Stefanutto ricostruisce la storia tormentata di suo cugino Giuseppe, ricoverato più volte per psicosi paranoide nel manicomio San Servolo, nella Laguna Veneta. Attraverso una molteplicità di fonti e prospettive differenti, i vari capitoli si susseguono portandoci ad assistere alla dolorosa metamorfosi di Giuseppe nel suo contesto storico, sociale e soprattutto personale, in un'inchiesta amara alimentata dal dichiarato bisogno di disseppellire la memoria. L'autrice ci fa così scoprire "un gigantesco libro di anime, migliaia di voci che aspettano solo di essere liberate", e lo fa con maestria, componendo un testo che coniuga la cura di un documentario e l'intensità di un romanzo. (LUIGI ESPOSITO GIARDINO)
Un romanzo che trasforma una ricerca personale, e la vita fragile di un uomo che è andato e tornato dall'inferno della propria mente, in una storia dal respiro molto piu ampio, con una scrittura precisa e quasi scientifica, in linea con l'argomento trattato. (MARCO SCARLATTI)
Le motivazioni della giuria popolare:
E prese fra le dita la notte è un libro che cammina piano. Non per timidezza, ma per rispetto. Daniela Stefanutto entra nella zona fragile della follia, degli archivi, dei luoghi della reclusione con la cautela di chi sa che ogni passo falso rischia di trasformarsi spettacolarizzazione della tragedia. Qui non si alza mai la voce, non si cerca l’effetto speciale: si osserva, si annota, si riflette. Ed è una scelta precisa, quasi politica. Questo non è un romanzo che vuole sedurti. È un libro che chiede fiducia e tempo. La scrittura è sobria, controllata, spesso più vicina a un saggio narrativo che a una narrazione tradizionale. Stefanutto lavora per accumulo e stratificazione, mettendo insieme materiali storici, memoria personale e pensiero critico. Quando scrive che «rimettere ordine a quell’immenso materiale significava ricomporre un complesso puzzle», sta spiegando senza metafore inutili il cuore del progetto: qui si ricostruisce, non si inventa. Il tono resta sempre riflessivo, a tratti meditativo, e mantiene una distanza etica netta dalle storie evocate. È uno dei grandi punti di forza del libro: nessuna pornografia del dolore, nessuna retorica facile. Le vite raccontate non vengono usate, vengono ascoltate. Il prezzo da pagare, però, è un ritmo costante, quasi uniforme, che raramente accelera o devia. Anche quando l’io narrante emerge con più decisione, «avevo la convinzione che se avessi dovuto ricostruire una storia, la storia dovesse partire da lì», la spinta resta più intellettuale che emotiva. Questo significa che E prese fra le dita la notte non è un libro per tutti, e non finge di esserlo. Si rivolge a un lettore paziente, disposto ad accettare una struttura per accumulo, una progressione più concettuale che narrativa, e un’esperienza di lettura che somiglia più a un lavoro di scavo che a un viaggio. In cambio offre una materia densa, seria, e molti spunti su memoria storica, archivi e follia istituzionalizzata. Nel complesso è un libro onesto e autorevole, che convince per rigore, sensibilità e coerenza interna. Resta addosso la sensazione di un testo che trova il suo equilibrio più nella riflessione che nella forza narrativa, e che lascia deliberatamente in sospeso alcune possibilità espressive. Ma è una sospensione voluta, consapevole. E prese fra le dita la notte si legge come un atto di ascolto profondo, più che come un racconto nel senso classico. Ed è proprio lì, in quella scelta netta e senza ammiccamenti, che il libro trova la sua identità. (LUCA MURANO)
Un racconto intimo e delicato che intreccia memoria familiare, dolore e ricerca di un senso nelle ferite lasciate dal passato. L’autrice riesce a trasformare vicende personali in una narrazione universale, fatta di ombre, affetti e rivelazioni, con uno stile sobrio ma profondamente evocativo. Un libro che rimane addosso, come una voce che continua a risuonare. (PASQUALE BRASCHI)
Stefanutto in questo libro lavora sulla prospettiva della protagonista, una figura femminile raccontata con attenzione al modo in cui osserva e interpreta ciò che la circonda. Non è un racconto sentimentale, né introspettivo in senso pesante: è piuttosto una narrazione che si concentra sul modo in cui i momenti — anche quelli minimi — assumono forma attraverso lo sguardo di chi li vive. La scrittura è curata, precisa, senza indulgenze emotive. Le immagini sono definite ma non ridondanti; i personaggi che ruotano attorno alla protagonista hanno ruoli chiari, e il tono resta sempre sobrio. La “notte” del titolo non va intesa in senso drammatico, ma come spazio narrativo dove la percezione si affina e si osservano più facilmente certi dettagli. Il risultato è un romanzo che non fa leva sul sentimentalismo, ma sulla capacità di restituire sensazioni nette e un modo particolare di stare nel mondo. (DAIANA ONGARI)
Sezione B: Narrativa Inedita
Arturo Belluardo
I muscoli del Duce
Arturo Belluardo mette in scena una giostra picaresca, comica, trasognata, lucidissima, e se i muscoli del Duce che danno il titolo al romanzo si rivelano via via farlocchi come ogni sublimazione, quelli che sottendono le acrobazie linguistiche e immaginative di queste pagine sono così sicuri e sciolti da permettersi di assumere le pose più indecenti: loro insomma “se ne fregano”, dato che se ne importano tantissimo. Il nostro eroe Magro Paolino, diminuito nel nome e nell’onore, si trascina dalla Sicilia a Tripoli come Alice nel Paese della farsa coloniale (e della mascolinità), come un Proteo sbacalito ma mai veramente scemo, a tratti impulsivo, spesso incerto, perennemente estromesso da sé, schiacciato dalla vergogna e sottoposto a identificazioni, specchiamenti, metamorfosi e travestitismi che moltiplicandolo lo individuano. A questa compenetrazione di poli in corto circuito non si sottrae la scrittura di Belluardo che ingaggia un riuscitissimo corpo a corpo tra forma e contenuto dagli esiti spesso imprevedibili ma sempre azzeccati, una baruffa dove lessico e sintassi, regionalismi e neologismi, burocratese e immagini sensuali, scarti di senso e reiterazioni disperate malmenano la propria immagine dall’altra parte dello specchio. In breve: mi sono innamorata di Magro Paolino, cioè di Inge, cioè chissà. (MARTA CAI)
In un’epoca dalla quale dovremmo esserci congedati da tempo, ma con la quale facciamo i conti ancora oggi, ci ritroviamo a osservare le picaresche avventure di un giovane attraverso lo sguardo in perenne mutamento, per quanto gli occhi appartengano a un ritratto accuratamente incorniciato, del Duce. Ambientato in un paesino della Sicilia sudorientale, il romanzo di formazione di Arturo Belluardo ci catapulta fin da subito nella vita di Magro Paolo, studente poco più che maggiorenne e con un debole per il suo Duce, al quale parla e apre un cuore prigioniero in un corpo che non sa in quale direzione addomesticare. I guai cominciano presto, nel momento in cui, morta la madre, in casa fa la sua apparizione la nuova matrigna e la sorellastra, Benita, appena nata. Il rifiuto di accoglierle e di obbedire, così, alla volontà paterna sarà il primo passo che porterà Magro Paolo fuori da casa, dal paese e oltre i confini italiani sino alle colonie erose della Libia in compagnia del summenzionato ritratto del Duce, accuratamente impacchettato. Fra Atena Iblea, Tarhuna e Tripoli il protagonista di questa storia si troverà ad affrontare ogni sorta di peripezie di cui, per la maggior parte delle volte, ne è la causa scatenante. Attorno a lui sono disseminati innumerevoli personaggi secondari che si danno il cambio nelle scene, dietro alle quinte degli eventi, e il cui ruolo spesso è determinante quanto un deus ex macchina per cavarlo d’impiccio dalle situazioni più improbabili. La lingua della narrazione si insinua nel lettore come la sabbia negli occhi di Magro Paolo esiliato nel deserto, una lingua che è prevalentemente parlata, colorata dal dialetto siciliano, dal turpiloquio – anche interiettivo – e dall’arabo, dalle usanze e dai costumi locali, dal dialogo preponderante che si mescola al flusso di coscienza del protagonista. L’uso abbondante della paratassi per asindeto e polisindeto consente alle numerose vicende che coinvolgono Magro Paolo di susseguirsi con un ritmo frenetico e incalzante dando origine a un climax narrativo che toglie il fiato e si interrompe solamente con la morte. È la perdita, infatti, ciò che stimolerà Magro Paolo a una maggiore riflessione, a uno sguardo più attento nella ricerca della verità dei fatti e del proprio sé, di cosa significhi crescere, diventare un uomo e affrontare le proprie responsabilità. (OANA RODICA ALEXANDRESCU)
Ho apprezzato fin dalle prime pagine questo romanzo donchisciottesco dotato di lingua arguta e spiritosa. L’autore / autrice gioca con l’italiano e il siciliano (“Talè, talè ‘stu puppu! T’arricriasti finalmente a vestiriti da fimmina, ricchiunazzo!”) e baroccheggia di continuo, con le parole e con le pulsioni dell’umanità (“Qualcosa che tenevo occultato nel mio rigore fascista, nelle lunette delle unghie, nelle lunghe ciglia bionde, nel cuore, oh sì!, nel cuore”), sulla strada indicata da Gadda e Camilleri, ma con una comprensibilità maggiore e una maniera narrativa vicina alle più riuscite prove della letteratura ispanoamericana. L’elemento dirompente è l’ ironia che mai è scisso dall’elemento linguistico, senza escludere una certa volgarità popolare (“La mia minchia era rimasta un’appendice floscia e bagnata e, più cercavo di farla attisare, più si ritirava indietro, si accucciava nel suo cartoccio inutile di pelle”) Nel seguire il personaggio principale nelle sue avventure in terra natia e altrove, la narrazione è a tratti esilarante, con un retrogusto amaro . “Magro Paolino, postelegrafonico, in terra di Sicilia e in terra di Libia”, vive esperienze intense che lo portano a confrontarsi con la sua identità e sulle conseguenze delle scelte di vita. La figura di Mussolini (onnipresente) diventa lo specchio per le sue lotte interiori e le sue contraddizioni. La narrazione è intrisa di riferimenti storici e non mancano tensioni politiche e sociali, si vedano le dinamiche tra italiani arabi e ebrei. L’altrove libico, presentato con i connotati dell’esotismo, mostra l’inconsistenza della propaganda fascista. Mi si permetta infine un complimento. Sono convinta l'autore/autrice di questo romanzo abbia trovato la sua voce, originale potente e fortemente espressiva. Spero che ci sia qualcuno lì fuori che possa apprezzare. (LUIGIA BENCIVENGA)
I muscoli del duce è un romanzo picaresco di ambientazione fascista (e anche il contrario: un romanzo fascista di ambientazione picaresca). Questa commistione è sicuramente l'idea vincente del testo: vincente dal punto di vista innanzitutto narrativo dal momento che la storia, con i suoi personaggi e le relative disavventure, risulta sempre godibile e scorrevole; ma è vincente anche dal punto per così dire intellettuale poiché la storia, con quei personaggi e quelle disavventure, riesce perfettamente a veicolare quella che è stata la tragicomica sproporzione tra parole e fatti dell'epoca fascista. Il romanzo di Belluardo nasce insomma da una bella idea ma non si ferma lì: riesce anche a realizzarla all'altezza. Scorrendo le sue pagine si ha l'impressione di leggere un testo riuscito nella forma e nella sostanza. Da registrare anche una notevole inventiva linguistica. (RENATO NICASSIO)
Una Sicilia divisa fra le tradizioni ataviche e la nuova gloria fascista; una Libia che è "suol d'amore", o piuttosto "avamposto di disperati": fra queste due sponde del Mediterraneo seguiamo la storia di Paolino nel suo dissidio interiore, in un avventuroso percorso di scoperta di sé. La narrazione si fonda sul contrasto tra il culto di Paolino per l'immagine del Duce, guscio illusorio che lo culla e lo protegge, modello ideale di virilità, e il suo paradossale non conformarsi a questo stesso modello. Con ironia, immagini simboliche e scelte espressive originali, l'autore propone una dissacrazione del mito propagandistico del fascismo palesandone le più forti contraddizioni. Lo stile mette insieme un'opulenza verbale da testo letterario d'altri tempi e uno schietto vernacolo; l'eleganza lessicale più artificiosa e l'oscenità più ruvida; descrizioni comiche e grottesche e ritratti cruenti dell'orrore. Con ingredienti simili, ci sarebbe un alto rischio di trovarsi davanti a un romanzo poco scorrevole, dispersivo e tendente all'eccesso; ma "I muscoli del Duce" è tutt'altro, e pur nella sua forma non convenzionale riesce ad appassionare il lettore e a tenerlo piacevolmente legato alle pagine. (LUIGI ESPOSITO GIARDINO)
"I muscoli del duce" di Arturo Belluardo è un’opera che utilizza un linguaggio abilmente costruito, una mescolanza di gergalità, dialetti (in particolare il siciliano) e arcaismi. Il risultato è una scrittura che, dopo lo sforzo iniziale, contribuisce attivamente a pennellare il mondo ideato dall’autore. L’ambientazione, assieme al linguaggio, è uno degli elementi portanti del romanzo: una Sicilia entusiasticamente fascista, le colonie abbandonate nel deserto libico, il Porto di Tripoli. Completano il quadro una serie di personaggi originali e ben caratterizzati, che si pongono a cavallo fra un Gattopardo popolare e un Viaggio al termine della notte sicula. Il risultato è un romanzo capace di far ridere e di disgustare, di regalare momenti di grande lirismo ma anche altrettanti di tristezza. (MICHELE FRISIA)
Il romanzo di Arturo Belluardo racconta la complessa storia di Paolino Magro. È un romanzo coraggioso sotto almeno due aspetti: in primis per la sua lingua, un pastiche di italiano e siciliano mai sciatto, mai di posa, la cui funzione è fondamentale perché riporta una visione del mondo basata su una ricerca certosina sul lessico e sui campi semantici; in secundis per la trama, che si fa portatrice di numerose contraddizioni e tuttavia è mossa in avanti con sapienza. (FAUSTO PAOLO FILOGRANA)
Magro Paolino è originario del paese immaginario di Pagghiazzo (che in siciliano significa “straccione”) fascistamente ribattezzato Atena Iblea. Orfano di madre, il padre contrae nuove nozze con una giovane maestra, Pippina, che porta con sé una nuova sorella. I rapporti tra figlio e padre non sono dei migliori e così il protagonista deve adattarsi a lavorare in un maleodorante ufficio postale. Quando Paolino si traveste da donna per scherzo e il padre lo scopre la rottura tra i due diventa definitiva. Il travestimento pare una reazione all’ipocrisia paesana, ma presto si scoprirà che non è solo questo. Paolino ama il Duce e ama i fascisti che trasudano virilità, come Marziano Benni e Spaziani Jorge. Trasformandosi nella bella tedesca Inge, Paolino diventa l’antitesi del fascismo paesano ed è inevitabile che l’affronto al pavido virilismo si risolva con un arruolamento in Libia, dove continuerà a sentirsi colpevole per i propri desideri erotici. Lo stile a tratti è quasi barocco, ma via via si scioglie in una narrazione spigliata che utilizza ampiamente termini dialettali. L’autore scrive un romanzo di formazione con ambientazione storica (ma il Duce appare solo come figura mitica) aggiungendo più di un tocco gaio e inusuale, non privi di spessore simbolico (Paolino è il degno rappresentante degli italiani che adorano il Duce fingendo di condividerne l’immagine virile, mentre in realtà subiscono passivamente la stessa fascinazione di cui sono vittime le loro madri e sorelle). Che dietro ci sia una realtà storica ben poco divertente lo si capisce a tratti (come nell’episodio dei carabinieri che uccidono una donna araba e sua figlia). Paolino si preoccupa della tresca di Marziano con Pipina e soffre di gelosia, mentre intorno a lui si consumano i delitti di un imperialismo straccione. Amico e amante di ebrei e persino di un’ebrea, si fa infine portavoce dei loro problemi rischiando la vita, senza rendersi conto di essere l’involontaria esca usata per la loro persecuzione. Trovare dei riferimenti al cinema di Monicelli, Risi e altri registi della commedia all’italiana classica pare quasi inevitabile. La strategia pare la stessa: fare ridere mostrando una verità spiacevole. (VINCENZO REZZUTI)
Le motivazioni della giuria popolare:
I muscoli del Duce è un romanzo di formazione ambientato durante il trentennio fascista tra la Sicilia e Tripoli. Il protagonista vive la scoperta della propria sessualità con difficoltà. Scopre di essere attirato sessualmente dai maschi. Vive questa scoperta come una vergogna, tanto che pensa di essere la causa del suicidio del padre. Soggiogato dai sensi di colpa cercherà di rimediare. A un certo punto della storia si sposerà con una ragazza cercando di salvarsi e di salvare il ricordo di suo padre. Un affresco storico scritto con vezzo comico. Intento difficile ma il romanzo funziona, anche per un largo uso del dialetto siciliano, che rende i dialoghi coloriti e originali. (LUCIA ZAGO)
Marta Fornasiero
Atelier
Atelier è un romanzo solido e per certi versi elegante che mette al centro una riflessione sull'arte contemporanea e sul rapporto tra gli artisti e le loro creazioni. La scrittura regge bene la storia e la struttura del testo non mostra particolari difetti. Nel complesso, tuttavia, si avverte forse l'esigenza di un approfondimento ulteriore nelle diversità dei personaggi. (RENATO NICASSIO)
Rinchiusi in una villa tra antichi fasti e suggestivi ambienti naturali, quattro artisti vengono scelti per prendere parte a un ambizioso progetto ispirato al tema della giustizia ecologica. Il romanzo segue i protagonisti, "Persone che con la loro sensibilità erano in grado di interpretare la realtà e dare voce a nuove domande", nel loro percorso di ricerca artistica, ma soprattutto nelle loro interazioni umane, dando spazio ai ricordi e ai tormenti interiori di ciascuno. Proprio in quest'ultimo aspetto, il lettore si attenderebbe forse maggiore caratterizzazione e introspezione per potersi calare a pieno delle vicende dei personaggi e sentirsi più coinvolto nei loro drammi. Il testo è in definitiva una riflessione sull'arte nel suo continuo tendere a un'ideale, come espressione del dolore di vivere, come strada per la sopravvivenza che può tuttavia anche uccidere. (LUIGI ESPOSITO GIARDINO)
Atelier è un romanzo di facile comprensibilità, ha una prosa precisa dall’andamento lineare. È la storia di una residenza artistica di grande prestigio. Gli artisti vivranno in una villa in stile palladiano, luogo di rivelazioni e di mistero, senza contatti con l’esterno per “quattro mesi consacrati alla ricerca artistica” a cui seguirà un evento/asta delle opere realizzate. Il tema della residenza è possibile ponte tra arte contemporanea e giustizia ecologica. Atelier è anche una storia di riscatti, di arte, densa di riflessioni estetiche mai approssimative e ben inserite nel flusso della vicenda. La trama è ben disegnata sebbene l’elemento interessante, quel senso durremmattiano dell’oscurità (“C’e qualcosa che gli sfugge, un presentimento, una cupezza, che satura il salotto verde”), venga messo da parte a favore della routine della residenza. I personaggi sono ben tratteggiati, primo fra tutti l’ex Fluxus De Franceschi famoso per le sue performance al limite della decenza. Sempre sul filo tra vita e morte, De franceschi utilizza nelle sue opere cadaveri di animali in putrefazione o si ferisce a favore di pubblico. Dopo un prologo non entusiasmante, il primo capitolo ha un incipit davvero potente, “Ho sempre saputo che a quarant’anni sarei morto. Non me l’avevano detto i medici o carte come queste. Ne ero convinto e basta, anche se, come potete notare, mi sbagliavo.” Avrei preferito questo come incipit generale. Il riferimento alla morte continua attraversando tutto il romanzo. Si veda la vicenda della bidella, la carta della Morte dei tarocchi o alcune riflessioni estetiche, "Non è la morte forse l’espressione più alta dell’arte?" e altri pensieri sparsi, "C’è un sentimento di morte che incombe".) Sono tutti elementi che, per lo più, anticipano la morte reale di uno dei protagonisti. Nella parte III, c’è il catalogo della mostra (qui si evince la vena borgesiana dell’autore), credo la parte più interessante del romanzo, anche se avrei preferito una lingua più spiritosa o arguta, anche in assenza di iconografia. La porta chiusa (opera/istallazione/performance del Maestro) è davvero una bella idea. (LUIGI BENCIVENGA)
Il romanzo di Marta Fornasiero mette in scena l’oscura rivalità che si consuma tra gli artisti di un gruppo selezionato per una residenza a Villa Ada. Il vero protagonista di questa narrazione è la loro convivenza, una forza che spoglia i personaggi e li induce a frugare nelle proprie storie e nella propria arte. La vita e l’arte dei personaggi sono dunque osservabili attraverso un’unica lente, producendo di volta in volta effetti di riflessione diretta oppure indiretta (quando offre un effetto caricaturale). Lo stile dell’opera è maturo e raffinato, perfettamente incarnato nella storia: esso stesso si fa chiave interpretativa, assumendo su di sé le caratteristiche dei personaggi e i loro ragionamenti sulla corporeità dell’arte e sulla sua frivolezza. È un romanzo calibrato, portatore di una scrittura solida e di una visione profondamente personale. (FAUSTO PAOLO FILOGRANA)
A un gruppo di artisti viene affidato l’incarico di creare delle nuove opere all’interno di Villa Ada, dove sarà organizzata una mostra per premiare alla fine la migliore. La villa patrizia è stata acquistata da un manager, Giacomo Aldighieri, per conto di una società, la Kairos, con lo scopo di mettere all’asta insieme villa e opere, ma questo gli artisti non lo sanno ancora. Loro sono vecchi performer un tempo famosi (il Maestro De Franceschi), giovani rampanti che vorrebbero prenderne il posto (Enrico), la moglie frustrata di un marito molto più noto di lei (Sonia) e una donna più matura che crede fortemente nella propria arte ma è piena di sensi di colpa per una bambina forse abbandonata o mai nata (Maia). L’idea di Giacomo è di farli interagire per ottenere il meglio dalle loro creazioni artistiche, ma il rapporto conflittuale che si crea tra personalità troppo egocentriche rischia di fare fallire il progetto. Un romanzo dall’impianto classico che ricorda un po’ Maurensig. Il miraggio dell’arte come forma di elevazione spirituale viene illustrato in modo ambivalente, come se l’autrice in parte lo condividesse, mostrandone nel contempo i limiti e i pericoli. Il linguaggio è molto controllato e a volte un po’ aulico, salvo poi dare spazio a qualche ricaduta colloquiale che ben mostra lo stare dei quattro artisti in bilico tra due mondi. L’arte è vista come una dimensione personale che porta a diretto contatto con un’altra realtà, una sorta di estasi che come tutte le estasi deve affrontare il problema della ricaduta nel quotidiano. È qui che l’artista, i cui nervi sono naturalmente più fragili, diventa astioso, insopportabile, capriccioso come un bambino. Il rapporto tra artisti è difficile e il mercato dell’arte lo complica ulteriormente, degradando a merce il momento di estasi. Gli artisti alle prese con il mercante diventano avidi e pensano solo a quanto successo potrebbero avere, alla grande occasione che rischiano di perdere, dimenticando le loro vere motivazioni. Alla fine Aldeghieri sembra un po’ più umano, più “naturale”, nonostante debba ricoprire il ruolo spiacevole dello sfruttatore. Ma di veramente umano, alla fine, c’è solo Iole, la vecchia governante rimasta in servizio nella villa che non comprende i crucci esistenziali degli artisti e che rappresenta anche un po’ lo spirito altezzoso di una casa nobiliare. La vicenda più significativa è quella di Maia, che ricorda (o crede di ricordare) una vita precedente, prima di diventare artista, dove era moglie e madre di Ines. Come a dire che l’artista sconta la colpa originale di avere rifiutato gli affetti di una vita normale per dedicarsi egoisticamente alle proprie ossessioni, e vive l’angoscia del giocatore che ha puntato tutto ciò che ha sapendo di perdere. (VINCENZO REZZUTI)
Quattro artisti, una villa palladiana, un curatore, un vernissage e un’asta nella quale si deciderà il destino di uno dei partecipanti, una vecchia e fedele governante, una morte nella seconda pagina: sono gli ingredienti principali della narrazione in atto che strizza l’occhio al giallo e al mistero con l’aggiunta di introspezioni psicologiche quanto basta a permettere al lettore di comprendere le motivazioni e la spinta creatrice di ogni singolo artista e dell’opera in concorso. A lavorare secondo il famoso metodo socratico, la maieutica, è Giacomo Aldighieri che si assume la responsabilità di convocare e selezionare colui o colei che sarà in grado di interpretare il luogo in cui si svolge la residenza d’artista, il tema della contemporaneità e problematiche correlate che spaziano dall’Antropocene al Postumanesimo. La lingua è cesellata, ben controllata, apparentemente piana e semplice, mai banale con excursus in storia dell’arte e dell’architettura a servizio autentico della narrazione nel susseguirsi degli eventi, ora al presente ora al passato, dei quattro concorrenti. Le scene si alternano e forniscono, di volta in volta, diversi punti di vista, paure, crisi, idee, modus operandi dei protagonisti rendendo complessa la scelta, per il lettore, di un preferito o anche soltanto di pronosticare chisarà il reale vincitore. Si intravedono, come ombre sullo sfondo, Marina Abramovich o Maria Lai a sostegno di un’epistemologia di fondo che cerca nell’arte le tante domande sull’esistenza umana e la via, quando possibile, per il raggiungimento della verità. Il romanzo fornisce, attraverso le vicende dei quattro artisti, una chiave di lettura degli errori e dei fallimenti che diventano, se mostrati e indicati da qualcuno che sa vedere – in questo caso il curatore –, il fulcro della ricerca del più profondo sé, del perché si crea e, soprattutto, perché si senta il bisogno di creare. Si dovrà attendere l’ultima pagina, come in ogni giallo che si rispetti, per la risoluzione del mistero e dell’esito del concorso. (OANA RODICA ALEXANDRESCU)
Atelier di Marta Fornasiero è un romanzo che mescola i generi. Si mostra al suo inizio come un giallo, ne sfrutta alcuni meccanismi, ma di certo non resta imbrigliato nel genere. L’autrice costruisce personaggi credibili, nonostante siano sempre in bilico, appena prima di diventare macchiette, senza però farlo. L’escamotage iniziale della presentazione dei personaggi, evidentemente indirizzata al lettore, e al tempo stesso un meccanismo ingenuo, pericoloso, ma anche funzionale. Non convince invece pienamente la gestione dei punti di vista. Gradevole infine, per gli amanti della cosa, l’inserzione di materiali non prettamente narrativi. (MICHELE FRISIA)
Le motivazioni della giuria popolare:
Quattro artisti vengono invitati a condividere un periodo di lavoro creativo in una grande villa storica. Ognuno di loro ha un diverso modo di vivere l’arte ed è proprio questa presa di coscienza la protagonista della storia. Qual è il confine tra l’artista e la sua opera d’arte? Le quattro voci degli artisti ci accompagnano nella ricerca di una risposta. Sarà il Maestro De Franceschi a dimostrare come l’arte e l’artista, in alcuni casi coincidano. L’atmosfera del romanzo è rarefatta, il linguaggio pulito, preciso, curato. Il lettore si trova immerso in questo gioco di relazioni tra i protagonisti e nei loro intenti, sogni, convinzioni, paure. Giacomo Aldighieri, il curatore della residenza e dell’evento è colui che spinge i quattro artisti al confronto con sé stessi e le loro opere. (LUCIA ZAGO)
Cristina Pasqua
musica di sottofondo per pubblici esercizi
La giovinezza, si sa, è portatrice di incanto e meraviglia a qualsiasi latitudine del mondo, perfino in una sperduta valle del centro Italia in cuiscorre lento e sonnolento il Tevere e dove non accade mai nulla di interessante. Quattro ragazzi, dei quali ci rimangono vivi i soprannomi – la Perca, il Biafra, il Luccio e Carlo, voce narrante –, consumano le loro giornate andando a pesca di cavedani oppure esplorano i resti di mulini, fabbriche e discariche abbandonate e si prendono in giro, tra scherzi e insulti di poco conto. L’estate si veste di more e vipere nascoste tra i rovi. La quotidianità dei giovani è interrotta dall’improvvisa sparizione di uno di loro seguita, a una settimana di distanza, da una seconda. Il terrore, dapprima silente, si diffonde rapido dal ritrovamento di un braccio, alcune dita e un orecchio di uno dei quattro, parti di un corpo perduto che hanno il potere di cambiare le vite dei restanti per sempre. Le descrizioni sono una pennellata di grigio azzurro linguistica, con incursioni nel parlato e abbellimenti regionali che restituiscono la dimensione innocente e immatura dei ragazzi mentre si muovono in uno spazio per loro ideale, privo o quasi di adulti di riferimento. A sua volta, il mondo adulto ha un proprio codice di riferimento, così come il presente narrativo, e agisce nel momento di crisi in cui ci si aspetta che l’adulto si comporti come tale ossia imponga, decida e punisca. Carlo è allontanato dalla propria casa per il suo bene, perché non sia il terzo a sparire e passerà a Roma parecchi anni prima di scegliere di ritornare. La struttura del romanzo è tripartita tra ieri – infanzia – e oggi – età adulta – intercalati da un intermezzo a rappresentare l’adolescenza. Non si può tornare al giardino dell’Eden e, per Carlo, quel destino da cui era stato sottratto incombe prima che se ne renda conto: echi dell’infanzia idilliaca – in cui esplorava, scuriosava e si affidava a nuovi volti, recenti conoscenze –, fanno capolino inaspettatamente, il passato lo raggiunge nel presente al quale si aggiungono altre sparizioni, altre morti. Costruito come un thriller di pianura in cui si alternano brevi flashback al presente, il lettore alla ricerca di un motivo valido che spieghi perdite e scomparse dovrà arrivare fino all’ultima riga del romanzo per sapere a chi dare un volto, scoprire chi ha tramato negli anni. Le atmosfere che si attraversano, soprattutto nella prima parte del romanzo, sembrano una trasposizione melancolica di “Stand by me” / “The body” o di “It” del grande maestro americano Stephen King, anche se qui la musica di sottofondo – negli esercizi commerciali – toglie ogni speranza. (OANA RODICA ALEXANDRESCU)
Il romanzo di Cristina Pasqua, "Musica di sottofondo per pubblici esercizi", si configura come un’anatomia della corruzione sistemica che agisce sulla materia più indifesa di una comunità: i bambini. La perversione, appunto, non è un atto isolato, ma il prodotto di un’architettura della sopraffazione, dove una collettività organizzata — la setta — si fa strumento di una manipolazione che modifica radicalmente la comunità. Al vertice di questa setta vi è un vecchio, un’entità che si pone in antitesi rispetto ai bambini che aprono la narrazione. Il male, dapprima invisibile, si espande a mano a mano nel romanzo: sebbene in alcuni passaggi la scrittura tradisca una certa ingenuità espressiva, l'arco narrativo è sostenuto molto bene dal crescendo che l’autrice costruisce, e che costituisce uno dei maggiori pregi del romanzo. (FAUSTO PAOLO FILOGRANA)
Musica di sottofondo per pubblici esercizi è un romanzo di migranza e ritorno in cui il protagonista ripercorre la sua infanzia trascorsa in un paese di cui non viene specificato il nome. Il richiamo alla memoria non è immune da elementi misterici e perturbanti: una congrega (“Vestivano di nero, erano alti, slavati, polacchi forse, chissà da dove accidenti venivano. Erano di una confessione battista, valdese, dell’ultimo giorno, della croce di Gesù, non l’abbiamo mai capito”), una misteriosa chiesa di cemento, la morte dei suoi cari amici. Carlo si sente responsabile, per aver introdotto i coetanei alla “corte” del Vecchio, leader della congrega, tanto da maturare un senso di colpa che condizionerà le sue relazioni future. Nella seconda parte, Carlo lascia il paese e approda nella grande città dove vivrà in un contesto segnato da insoddisfazione e monotonia. Nella terza parte, Carlo ritorna al paese, dove esercita ancora il suo potere il Vecchio. Il titolo bukowskiano del romanzo è capace di racchiudere in sé molti elementi dell’intera narrazione. Si riferisce al tedioso lavoro di Carlo, accertatore per il pagamento dei diritti d'autore sulla musica di sottofondo nei locali pubblici. In realtà, musica di sottofondo potrebbe rimandare anche a verità sottaciute che il protagonista tenta di dimenticare senza successo. Bello l’incipit molto pavesiano: “Non era estate, non era inverno. Era una stagione acerba, il periodo dell’anno in cui il cielo stringe promesse di rovesci con le nubi e il vento. Oltrepassato il cavalcavia, superati i campi, le vigne storpie e i cantieri, ci si inoltrava a valle, oltre la diga. Il fiume dietro la collina era una ferita infetta. Pedalando ci lasciavamo alle spalle la statale, gli essiccatoi del tabacco, il mulino mezzo crepato e, una volta arrivati all’ansa, scalciavamo via i sandali per goderci la fanga.” Riconosco a questo romanzo una grande comprensibilità e una scrittura a tratti “poetica”, misurata, elegante. La trama è il suo punto forte. Si legge d’uno fiato anche perché ricorda molto, nello spirito, La luna e i falò. (LUIGIA BENCIVENGA)
Il romanzo di Cristina Pasqua è un testo interessante - a volte anche strano - che mescola stilemi e suggestioni di vari generi in una trama e in uno stile che intriga il lettore perché l'affascina e lo spiazza di continuo. (RENATO NICASSIO)
In "Musica di sottofondo per pubblici esercizi", la prima parte è il racconto di un momento di passaggio, "quando le linee curve si induriscono", un'infanzia violata in una stagione crudele; la seconda parte si ambienta invece in una Roma arida di umanità, tra il "freddo e lineare rigore dei palazzoni", da cui emerge l'idea pessimistica dell'inesorabilità del destino, o del determinismo applicato ai rapporti umani. L'autrice impiega un lessico creativo incrociando campi sensoriali differenti: Odore di persuasione, retrogusto di tempo, sguardo d'acqua, sono alcune delle espressioni che conferiscono concretezza a un mondo astratto e sentimentale. Nel complesso, un affascinante romanzo che attinge dall'horror e dall'esoterico costruendo una trama enigmatica e coinvolgente. (LUIGI ESPOSITO GIARDINO)
In "Musica di sottofondo per pubblici esercizi" di Cristina Pasqua, l’autrice dimostra fin dalle prime righe uno spiccato amore per le parole e il loro accostamento. La costruzione della frase raggiunge spesso punte di grandi musicalità, ma servirebbe ancora un po’ di attività di editing per rendere più omogeneo il livello dello stile in tutta l’opera. Nel romanzo si sfrutta il meccanismo dei ricordi, dei giochi d’infanzia con gli amici, delle marche di prodotti scomparse, dei vecchi telefilm del pomeriggio, il tutto funzionale a condurre il lettore in un viaggio nell’emotività della nostalgia. Con un moto a spirale, la trama torna poi in parte su sé stessa, ma in uno spazio temporale aggiornato, nel quale il degrado è la cifra caratterizzante. La grande qualità dell’opera è la capacità di lasciare in uno stato di sospensione il lettore, tra sogno, allucinazione e realtà. (MICHELE FRISIA)
Un romanzo un po’ atipico che si potrebbe definire un “noir di formazione” diviso in due parti. La prima è ambientata nella campagna umbra e la seconda a Roma, separata da un breve intermezzo. Protagonista è Carlo, un adolescente che abbandona controvoglia la propria terra di origine finendo nella grande città. Nella prima parte un gruppo di adolescenti passa i pomeriggi cercando di combattere la noia. Sono Gino La Perca, Biafra, Lucci e il narratore Carlo, ma Gino scompare ben presto e poco dopo anche Biafra. Verranno ritrovati a pezzi, dopo molti giorni, e la paura entrerà nella vita di genitori e figli. È Carlo stesso a sospettare i componenti di una setta religiosa che frequenta e che frequentavano anche Gino e Biafra, ma il Vecchio, capo della setta, esercita su di lui un fascino particolare che gli impedisce di parlare ad altri dei propri sospetti e di smettere di vederlo. Ambientata nella campagna umbra durante gli anni ottanta del secolo scorso, tra i campi che diventano terreni edificabili, i nuovi discount e le villette a schiera, la prima parte del romanzo, che a mio parere è migliore della seconda, parla di un’umanità degradata dall’inevitabile progresso tecnologico, ma senza nessuna Arcadia di cui avere nostalgia. I ragazzi vanno a pescare in fiumi già inquinati, tra i rifiuti del benessere (gli elettrodomestici vecchi buttati via dove capita), e si aggirano per i cantieri, tra i quali c’è la nuova chiesa della setta, odiata dal parroco, che si affiancherà alla vecchia chiesa cattolica come un doppio demoniaco. Ovunque c’è un “fiorire di edifici grigi e geometrici”, e l’autrice sembra così sottolineare il contrasto tra un prima caotico e un dopo solo apparentemente razionale. La seconda (formalmente terza) parte è preceduta da un breve intermezzo che ci mostra Carlo all’interno di un convitto laico, simile a una caserma, con rapporti tra ragazzi assai poco amichevoli e le solite dinamiche degli ambienti chiusi che contengono troppe persone, con episodi di nonnismo e scontri di vario tipo. Da qui uscirà il Carlo adulto, un disilluso e anonimo abitante di Roma, momentaneamente impiegato per un’agenzia che effettua controlli in bar e ristoranti per conto del fisco. Un lavoro che lo porta a contatti spiacevoli e a bere un po’ troppo, rimuginando i ricordi di un’infanzia in sospeso. Unico svago rimasto è il calcetto, in una squadra di bolsi quarantenni o giù di lì, dopo che un tentativo di relazione sentimentale con una certa Gilda più che finire si è esaurito naturalmente. Lo stile è essenziale, all’inizio perfettamente aderente alla psicologia di un gruppo di ragazzi, adatto anche a fare trapelare la suspense, pur non trattandosi di un vero e proprio noir. Se i quattro adolescenti sono personaggi molto ben disegnati, non convince altrettanto il Vecchio, soprattutto non è chiaro come riesca ad affascinare Carlo. Questo è il punto più critico del romanzo, l’unico che ancora non convince, ma è purtroppo un passaggio molto importante del “noir di formazione”, visto che il Vecchio, in modo misterioso e non del tutto esplicito, tornerà verso la fine come presenza e poi anche fisicamente, con l’inevitabile seguito di ulteriori morti misteriose. (VINCENZO REZZUTI)
Le motivazioni della giuria popolare:
Siamo negli anni settanta. Un intero paese viene a poco a poco soggiogato dalla paura. Alcuni ragazzini sono spariti. Quando si ritrovano alcuni resti dei ragazzi scomparti la paura si trasforma in terrore e il protagonista, amico dei ragazzini scomparsi, viene trasferito in città. Basterà questa fuga a salvarlo? Ma da chi si deve salvare? La domanda si fa sempre più ficcante, la risposta si intuirà e sarà devastante. Il mistero si alimenta pagina dopo pagina e incombe fino alla fine. Il contesto è ben reso, attraverso un linguaggio curato nelle scelte linguistiche, a volte gergali o dialettali, e nelle costruzioni. Le immagini evocate sono vivide e ammaliano il lettore. (LUCIA ZAGO)
Sezione C: Racconti Editi e Inediti
Graziana Marziliano
L'ultima estate delle creature (in AA.VV., Sciroccate. Storie di traverso da sud, Tamu Edizioni, 2023)
Graziana Marziliano condensa e frantuma il nucleo denso e opaco di un trauma sovrapersonale ma non astratto, forse di genere. Nel suo racconto le strutture profonde dell’amicizia, della libertà e del tempo ci sono presentate per assenza, sottrazione e sparizione: delle ragazze, delle parole inutili, delle domande fuori fuoco, dei personaggi che galleggiano in un limbo fantasmatico. Scrive: “Infilare sotto gli strati tutti gli oggetti legati a Tziga è il mio unico modo di esporli, così che Tziga non sia visibile agli altri ma solo a me – questo preziosissimo segreto”, e con questo gesto lento ma definitivo, simile a quello con cui le protagoniste fanno oscillare un’immaginetta dai molteplici riflessi, L’ultima estate delle creature proibisce qualsiasi superficialità interpretativa: è una favola nera? È un’allegoria? È un evento fantasticato, taciuto? Non importa. Le ragazze a un certo punto spariscono insieme ai loro nomi che non sono quelli che dicono gli altri e diventato “increature”; i punti di contatto prendono fuoco e quel che non c’è diventa il nostro preziosissimo segreto: niente di più reale. (MARTA CAI)
Un racconto deve essere una forma agile e intraprendente. Più di un romanzo deve avere il coraggio di sperimentare la strada del raccontare contemporaneo. Perché oggi non si può più raccontare come lo facevano Gogol’ o la Bibbia. Il racconto deve essere la palestra del presente attraverso la ricerca di ciò che è essenziale. Soprattutto nelle parti più affilate, come il folgorante inizio, il racconto di Graziana contiene molti indizi di cosa è un racconto contemporaneo. Puro, coraggioso, libero da descrizioni stucchevoli, pieno di piccole scariche elettriche che attivano l’immaginazione. Le parole scelte sono spesso evocative: le luminarie sono acide e quasi fatali, senza la necessità di spiegare o giustificare. Parole che lasciano al lettore la libertà di costruire il proprio immaginario. Cosa c’è di più contemporaneo? Nello stesso tempo la Tziga ha un sapore mitologico di una storia eterna. Debora la profetessa, Ester e Giuditta è una creatura luminosa, selvaggia e irriducibile alle categorie dell’ordinario, con la forza di una visione. (LIVIO MILANESIO)
Questo racconto chiede un atto di fiducia: bisogna entrarci come si entra in un sogno, accettando di farsi portare avanti e indietro nella memoria, nel corpo. È una storia di carne e visioni insieme, dove la lingua non descrive ma trascina, e quando si accetta il patto la magia comincia davvero. La forza più luminosa sta nel legame tra la narratrice e Tziga, costruito senza spiegazioni, senza dichiarazioni, ma attraverso gesti, silenzi, attrazioni. Tutto l’universo dell’adolescenza è lì, concentrato in un’amicizia che diventa lente deformante e rivelatrice. Il mondo attorno si frantuma e si ricompone come in un caleidoscopio, restituendo una realtà onirica, spietata, straniante. È la realtà di quell’età, quando sentire troppo è l’unico modo di stare al mondo. L’ho trovato un racconto bellissimo per come trascina il lettore nella storia, nella lingua, lasciando che tutto si muova e si accenda attraverso il legame magnetico e irripetibile tra le due ragazze, che diventa il vero cuore pulsante di ogni visione e di ogni parola. (ELISA BELLERO)
Il racconto vive nella grazia di un immaginario originale, che raccoglie immaginazione, corpo e memoria. La vita della protagonista è turbata dalla morte di una ragazza nel parco, evento che innesca un clima di silenzio e rimozione collettiva, avvio della "scomparsa", finale e tema del racconto. La scrittura di Marziliano è vivida e sensoriale. Non perde mai coerenza né continuità di tono e la voce narrante che ha costruito risulta nitida e originale, intimamente legata al luogo e ai personaggi. Particolarmente ben riuscite sono Tziga e la Sorciera, figure liminali tra realtà e mito, dispositivi simbolici che non hanno bisogno di approfondimento psicologico e che intervengono nella storia con la potenza di un'apparizione. L’accumulo di immagini scelte dall'autrice è coerente con il racconto e genera un mondo autonomo, un mondo dove il calore e il fuoco richiamano la fine biblica e la tragedia delle conseguenze ultime del cambiamento climatico. Un mondo che respinge i fragili. (NICOLE TREVISAN)
Penso che una storia sia davvero bella quando non si lascia afferrare intera alla prima lettura. Comparso sull’antologia Sciroccate. Storie di traverso da sud, L’ultima estate delle creature ha più strati da sollevare, come quelli sotto cui la protagonista nasconde gli oggetti legati all’amica Tziga. Ciò che è prezioso va protetto, per quanto possibile. E Tziga è la sua ossessione, un’amica che è più di un’amica: è un simbolo. È una ragazza che si è scelta il nome da sola. Aiutata dal sortilegio della Sorciera, strega e protettrice dei corpi femminili, Tziga scompare insieme ad altre adolescenti come lei diverse, indesiderate, dal paesello di nascita, sempre fermo e uguale a sé stesso, non al passo con la loro mutevolezza. «Come i frammenti di immagini nella figurina a doppio riflesso, che si trasforma in base all’angolazione da cui la guardi, in quel movimento sta il mio ricordo di Tziga: un’immagine da un lato e una dall’altro che si sovrappongono in un mosaico sempre diverso.» Con queste parole, con uno stile originale e consapevole, Graziana Marziliano ci porta nella dimensione magica e spietata della memoria, l’unico spazio in cui Tziga sopravvive. (DEBORAH GUARNIERI)
Nel paese di Santa Lucia avvengono cose inquietanti che turbano la protagonista, bambina che frequenta la scuola del paese dove un giorno trova i quaderni di Silvia, bruciata in un incendio, e incontra la Sorciera, sorta di strega ragazzina. La sua amica del cuore è Tziga, doppio non immaginario che ha la realtà delle apparizioni mistiche. In un’atmosfera culturale densa di simboli e rimandi religiosi tipicamente meridionali l’infanzia della protagonista si trasforma nell’età adulta attraverso un gioco di trasparenze temporali. I ricordi dell’infanzia la seguono fino a novantanni in uno svolgimento ricorsivo che non ammette nessun tipo di consequenzialità. L’immaginazione dell’autrice si nutre di un mondo magico popolare che riesce a sopravvivere ai cambiamenti culturali solo quando sconfina nella follia. Tziga, Silvia, la Sorciera sono altrettanti personaggi ai limiti del reale (soprattutto la prima), creature o “increature” della fantasia. Non è il caso di parlare di realismo magico, si tratta piuttosto di un mondo del tutto interiore che rifiuta le spiegazioni logiche. Le credenze popolari e la fantasia di una bambina si alternano in un testo maturo, ricco di variazioni stilistiche e profondità psicologica. I riferimenti sono altissimi ma tutt’altro che pretestuosi, come nel caso di Faulkner per il modo di narrare utilizzando l’atemporalità dei ricordi. (VINCENZO REZZUTI)
"L'ultima estate delle creature" è un racconto animato da "presenze incatturabili": la sfuggente Tziga, la strega Sorciera, la misteriosa Silvia e la stessa narratrice con i suoi sogni criptici. Quello che sembrerebbe essere un mondo ordinario (un paese, un liceo, bambini che giocano nei parchi, la polizia) si trasfigura attraverso un linguaggio non convenzionale e diventa una realtà inquietante popolata da abitanti, creature e increature. I misteri prendono forma, ma restano evanescenti, e così tutto "rimane un segreto, un sogno segretissimo", proprio come il fumo che compare nel finale, lasciando al lettore il compito di ricostruire i significati occulti. (LUIGI ESPOSITO GIARDINO)
Un testo caratterizzato da una lingua originale e generosa, che non teme di esplorare forme espressive insolite per narrare una storia affascinante. Lo stile, ricco e a tratti volutamente ricercato, crea un effetto di gorgoglio continuo che immerge il lettore in un flusso verbale genuino. Un esercizio di scrittura ambizioso che punta sulla potenza evocativa della parola per dare corpo alla vicenda. (MARIANA BRANCA)
"L'ultima estate delle creature" di Graziana Marziliano è un'opera visionaria e poetica che eccelle nell'atmosfera onirica, nelle enigmatiche protagoniste (Tziga selvaggia e incantatrice, Sorciera sciamanica con sigarette infinite) e nei temi di ribellione/trasformazione contro un mondo soffocante. La prosa lirica e ipnotica, con immagini potenti come incendi divoranti o sparizioni collettive ("increature" che svaniscono nell'afa), cattura l'essenza ribelle dell'adolescenza – quel desiderio di fuga che brucia come ulivi secchi. Il racconto è caratterizzato dalla frammentarietà e dall’oscurità simbolica. Eppure, proprio questa incompletezza umanizza la storia: la narratrice muta e traumatizzata, con capelli bianchi prematuri come marchio di strega, incarna la solitudine di chi custodisce segreti troppo grandi, ricordandoci come la vera ribellione sia silenziosa e imperfetta, un sussurro nel vento che Nina Simone evoca nell'epigrafe. Un turbine emotivo che ti lascia con la pelle d'oca, fragile e indelebile come Tziga. (MARIA SCERRATO)
Il racconto ha una forte impronta poetica, che privilegia la dimensione simbolica e visionaria rispetto alla linearità narrativa. Il testo, infatti, tende alla metafora e all’evocazione più che alla descrizione realistica. La scrittrice utilizza immagini forti e suggestive (“primavera precoce e affamata”, “il caos riprende a funzionare”) che conferiscono alla narrazione un tono quasi mitico. La sintassi è fluida, con frasi lunghe e ritmate, che creano un andamento ipnotico e sospeso. Il lessico è ricercato, a volte artificioso, e contribuisce a costruire un’atmosfera di mistero e dissolvenza che, tuttavia, può disorientare il lettore e ridurre la tensione narrativa. Alcune metafore, pur belle, rischiano di risultare oscure. (ANGELA FLORI)
Edoardo Maresca
Sacrario
Il ragazzo della casa di fronte viene investito da un’auto, interrompendo un pranzo di famiglia. Nei giorni a seguire il confine tra il gossip e lo sfogo davanti alla tragedia si fa sottile, il ritornello «povera donna» – riferito alla madre del ragazzo morto – si fa sempre più pesante, e vuoto. In quel teatrino di ipocrisia domestica, tra parenti che spiano dalla finestra, l’indifferenza del padre e la pena esagerata della madre, il narratore fa un passo indietro, si ritira nel suo mondo interiore per elaborare la perdita. Questo “ragazzo da parete”, questo figlio che nessuno vede, è l’unico ad aver avuto accesso, una sera, per caso, all’intimità del ragazzo mancato, ad aver condiviso con lui un luogo sacro e segreto, e forse, ad averlo conosciuto davvero. Sarà sempre lui, con la stessa discrezione, a far visita alla madre della vittima, per lasciarle in dono un ricordo, una piccola lanterna nel buio del lutto. In Sacrario, Edoardo Maresca percorre la scia di una morte con grande sensibilità e una voce di un altro tempo. (DEBORAH GUARNIERI)
Il racconto, forte di una voce narrativa coerente, ricostruisce l'irresolutezza della scomparsa di un personaggio. Una perdita anomala, poiché Guido è quasi sconosciuto al protagonista, che ricostruisce "il senso di una fine" dai frammenti di un rapporto tra i due da sempre marginale. L'attenzione con cui sono ricostruiti gesti e parole nel quotidiano lascia tracce di un sottofondo narrativo, tra famiglia, scuola e quartiere, costruito con attenzione. Il rapporto tra memoria e desiderio, centrale nella storia, è affrontato con ambizione e rivela un controllo linguistico solido, così come una certa cura nella struttura del racconto e nel ritmo. (NICOLE TREVISAN)
Sacrario è un racconto che costruisce la propria forza per accumulo e per sottrazione. La storia, a tratti disturbante, procede attraverso immagini che non spiegano mai fino in fondo, lasciando affiorare un non detto costante e inquieto. La morte improvvisa non è solo un evento, ma il centro silenzioso attorno a cui si organizzano desiderio, invidia, attrazione e senso di colpa. Lo spazio del sacrario, luogo nascosto, diventa zona di passaggio e di rivelazione: non un rifugio, ma un punto in cui la realtà si incrina. In contrasto, il mondo familiare è descritto con precisione spietata, come teatro di una compassione rituale e impotente, fatta di frasi e gesti che non arrivano mai al dolore vero. È un racconto maturo, che non chiude, ma sedimenta, e continua a lavorare nel lettore dopo l’ultima pagina. (ELISA BELLERO)
"Sacrario" di Edoardo Maresca è un’opera matura con struttura solida e non lineare, ritratti psicologici complessi (narratore invidioso intrappolato nel suo limbo adolescenziale, vedova ruvida che nasconde crepe di vulnerabilità materna) e prosa evocativa e sensoriale che esplora il lutto con profondità universale. I temi dell’incomunicabilità generazionale e dell’eredità emotiva – quel peso di reliquie non chieste, come la busta sigillata – lasciano un’eco perturbante, quasi un sussurro che ti accompagna dopo la lettura. Lo stile denso e sensoriale, ricco di immagini vivide come le "dita di vetro azzurro" della morte o la palude come metafora di segreti sommersi, umanizza il dolore quotidiano: il narratore non è un eroe tragico, ma un ragazzo goffo che invidia la libertà irraggiungibile di Guido. Il linguaggio crudo contrasta con descrizioni liriche, creando un ritmo ipnotico e avvolgente che cattura l'essenza provinciale italiana – famiglie chiacchierone, madri ansiose, vicini che spiano – rendendo i personaggi così vicini da sentirne il respiro, con un realismo che tocca corde intime di rimpianto e incompiutezza. Un racconto umano, dove nessuno è integro, e proprio per questo di una bellezza straziante. (MARIA SCERRATO)
"Quando si è soli, è più facile guardare fuori di sé stessi e osservare la vita degli altri". In questa frase, Edoardo Maresca racchiude il senso che anima il suo racconto "Sacrario", la cui trama ci mostra gli effetti di un'esistenza spezzata e il potere dei sentimenti indefinibili. L'autore ricorre abilmente a una scrittura che, nonostante qualche apertura verso la sovrabbondanza, sa come dare voce all'imbarazzo, al non detto, alla tristezza tenuta nascosta. Temi come la solitudine, l'invidia, il rapporto madre-figlio, la morte e l'ipocrisia nei rapporti umani sono affrontati senza stereotipi o ingenuità, da una prospettiva matura che affascina il lettore. (LUIGI ESPOSITO GIARDINO)
Il testo si distingue per una scrittura curata, che predilige un registro intimistico e riflessivo. L’autore utilizza una sintassi articolata, con periodi ampi e ben strutturati, che conferiscono alla narrazione un ritmo lento e meditativo. Questa scelta stilistica è coerente con il tono del racconto, improntato all’osservazione e all’analisi psicologica dei personaggi. Il racconto, infatti, segue lo sguardo di un giovane narratore che, dalla finestra di casa, osserva la vita di Guido, il figlio della signora Ravoni, che abita nel palazzo di fronte. Guido è un ragazzo affascinante, più grande di qualche anno, circondato da un’aura di mistero che suscita nel narratore una sorta di venerazione. Senza aver mai avuto contatti per anni, i due si incontrano casualmente una sera e finalmente si scambiano qualche confidenza. Poi la vita di Guido si interrompe bruscamente: un incidente sulle strisce pedonali lo uccide. Il racconto si chiude con una riflessione amara: come può tanta vitalità svanire in un istante, riducendosi in frammenti di memoria e poi in un nulla? (ANGELA FLORI)
Con l’investimento di fronte a casa del figlio di una vicina arriva nella famiglia del narratore la consapevolezza della morte. Qualcosa che già si conosceva, ma che si fatica a collegare a persone che si incontravano per strada fino a un giorno prima. Giovane studente dell’accademia, indipendente come il narratore non riesce a essere, Guido, la vittima, era un modello irraggiungibile di libertà. Sua madre, vedova resa un po’ cinica dalle disgrazie, lo era pure lei, ma in modo contraddittorio. La gelosia che provava la madre del narratore e l’interesse del padre venivano temperati da un commento, “Povera donna”, che era una pietosa presa di distanza. Questo rapporto di buon vicinato, di gente che si vede sempre senza conoscersi, viene infranto da un incontro casuale, a una mostra, tra il narratore e Guido, appena tornato dagli studi romani. Qui i due sembrano volersi conoscere, tanto che passano alcune ore insieme in un posto quasi incantato, un terzo paesaggio dove la natura sembra ricomporsi, ma l’incontro non avrà alcun seguito. Di questo il narratore parlerà con la madre di Guido, facendole le condoglianze, e lei, quasi a compensarlo, gli mostrerà la camera di Guido, rimasta così com’era dalla sua morte. Sembrerà di entrare in un santuario, dal quale la madre estrarrà una busta contenente alcuni oggetti cui Guido era affezionato, per donarli al narratore. Il desiderio di conoscere la vita degli altri non è solo pettegola curiosità, ma il sogno di un’apertura verso il mondo che non si attua mai. “La vita degli altri ci sembra sempre più interessante della nostra,” dice il narratore, ma è pur vero che negli altri vediamo noi stessi e la loro morte ci spaventa. Così l’altro resta inconoscibile e più cerchiamo di avvicinarci e, dopo morto, studiarne gli oggetti, più lo sentiamo inaccessibile. Grazie a un linguaggio paratattico e avvolgente l’autore riesce a farci entrare molto bene nella pavida ossessione per una persona sconosciuta. (VINCENZO REZZUTI)
Le motivazioni della giuria popolare:
Come Virgilio e Dante, i due protagonisti s’avviano in un percorso intimo fatto di luce e ombra, di silenzi e parole, di luoghi sacri e profani. Una storia sostanzialmente tragica, mesta, mischiata al noir ma sempre lucida, dove l’autore descrive abilmente stati d’animo e forze interiori. Tra fantasmi reali e identità sfuggenti la narrazione scorre liscia, senza preannunciare a un vero epilogo che volutamente non c’è, anzi, è stato già svelato nello sviluppo del racconto rafforzando, paradossalmente, l’interesse da parte del lettore. (FEDERICA CAPODURI)
Arturo Belluardo
Sub rosa, sub flebo
L’«incedere liturgico» di un ricovero ospedaliero viene ravvivato dal ritrovamento di un vecchio telegramma sul ripiano del Book Crossing: nel 1975, la signora Mariella di via Acaia, vicino all’ospedale, ha cercato di mettersi in contatto con il Doktor Joseph della Repubblica Federale Tedesca, e tanto basta per attivare le ricerche di un gruppo di amici su Whatsapp. Tra questi, la più attiva è Mariagiorgia, che trova tra i reperti degli svuotacantine materiali per i suoi laboratori di poesia. La scrittura è colta e matura; il racconto non dà risposte, ma supposizioni attorno alla relazione dei personaggi del telegramma, e ci lascia sospesi: «Tra l’edera e la buganvillea, al 18 di via Acaia» davanti a «una splendida palazzina gialla dei primi del Novecento», forse ancora casa della signora Mariella. Forse, l’importante non è la scoperta, ma l’indagine del gruppo Whatsapp di «spietati raccoglitori di storie», la smania dell’autore in primis, la curiosità che non si placa nemmeno di fronte a operazioni chirurgiche. A dimostrazione che gli scrittori sono tutti un po’ degli adorabili ficcanaso. (DEBORAH GUARNIERI)
"Sub Rosa, Sub Flebo" è un breve racconto su come, grazie a un telegramma dal passato, una stanza d'ospedale possa trasformarsi scherzosamente in "un ricettacolo di cospiratori". Nella sua semplicità, il testo riesce a incuriosire il lettore coinvolgendolo in una ricerca su una vicenda splendidamente marginale di un passato perduto, condotta con i mezzi del presente. (LUIGI ESPOSITO GIARDINO)
Il racconto ha uno spunto narrativo suggestivo e potente: l'indagine su un vecchio telegramma, in combinazione con l'ambiente ospedaliero e una condizione di marginalità della voce narrante, creano un contrasto curioso che invoglia alla lettura. Sul finale l'impressione è che l'enigma dissipi la tensione emotiva, a discapito della scrittura brillante, altra nota di qualità del racconto. Il testo risulta elegante e piacevole, grazie all'innesco di un mistero in una veste originale, pretesto per l’indagine privata, quasi ludica, condotta dal protagonista nel tempo sospeso del ricovero. (NICOLE TREVISAN)
L’opera di Arturo Belluardo brilla per una gestione magistrale della lingua, che risulta fluida e perfettamente calibrata nel ritmo. La capacità dell'autore di sedurre il lettore attraverso una scrittura scorrevole rende l'esperienza di lettura piacevole e immersiva. Il testo riesce a bilanciare l'aspetto ludico della risoluzione del mistero con una qualità formale elevata, dimostrando una maturità espressiva di notevole interesse. (MARIANA BRANCA)
Sub rosa, sub flebo è un racconto breve che in poche pagine riesce a costruire, nella mente del lettore, un orizzonte narrativo ampio, fatto di ipotesi, attese e vuoti. Il ritrovamento del telegramma è un innesco letterario forte, classico, che apre immediatamente la domanda sull’origine e sull’esito di una storia d’amore forse rimasta sospesa proprio a causa di quella mancata consegna. Un dispositivo narrativo usato spesso, che qui evita la banalità grazie a una struttura intelligente e coerente: l’ambientazione ospedaliera, la circolazione dei messaggi tra amici, la ricerca condivisa danno al racconto un passo contemporaneo, credibile, vivo. La scrittura è attraversata da una punta ironica, a tratti leggera, che non smorza il tono ma, al contrario, accentua la malinconia del protagonista, rendendola più sottile e più vera. Sotto la superficie dell’indagine resta infatti una solitudine quieta e persistente: la ricerca dell’enigma sembra più un modo per sottrarsi a quel vuoto che per colmarlo davvero. È questa tensione, tra curiosità, ironia e malinconia, a lasciare una traccia duratura dopo la lettura. (ELISA BELLERO)
Ricoverato in ospedale, il protagonista di questo racconto trova nel libro di un book crossing un telegramma che sembra alludere a una storia d’amore di molti anni prima tra un’impiegata della DC e un allora giovane politico della CDU tedesca. Inizierà una ricerca che coinvolgerà molti suoi amici con lo scopo di sapere ciò che è veramente accaduto. Un racconto breve e garbato, in stile autofiction, dove il linguaggio deve necessariamente adeguarsi alla necessità di parlare di una realtà quotidiana e conosciuta dai lettori. La realtà sgradevole del corpo che decade e si ammala, ben descritta, e i voli della fantasia, il desiderio di scoprire ciò che appartiene ad altre vite, sono i due poli che si oppongono nel racconto. C’è sempre la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo ed è anche questo che ci consente di continuare a vivere. (VINCENZO REZZUTI)
"Sub rosa, sub flebo" di Arturo Belluardo è aneddotico e ironico: il breve racconto cattura la noia ospedaliera – quella "bolla amniotica" tra flebo e deambulazioni – con vivacità colloquiale e un'indagine digitale coinvolgente, dove WhatsApp diventa detective improvvisato su un telegramma del '75. La trama, troncata bruscamente sul portone di Mariella, lascia personaggi solo abbozzati (Joseph marpione evasivo, Mariella eco di passione svanita) e risoluzione troppo rapida senza vera profondità emotiva o sorpresa letteraria. Piacevole come microstoria casuale, la sua immediatezza umanizza l'esperienza del malato cronico, quel ficcanasare tra ex-voto e book crossing per sfuggire al "nulla" dei reparti, ricordandoci come un foglietto verde polveroso possa riaccendere curiosità vitali in chi attende il robot chirurgico, trasformando vene bucate in vene di fortuna. Un sorriso amaro sulla precarietà quotidiana, romano fino al midollo. (MARIA SCERRATO)
Il testo si distingue per un linguaggio raffinato e suggestivo, che unisce precisione descrittiva e tono intimistico. L’autore utilizza un lessico ricercato e immagini evocative (“verde polveroso dei frutti del mandorlo”, “scenario di pallido romanticismo passato”). La sintassi è ben calibrata, con frasi ampie. Il racconto si sviluppa come un’indagine narrativa, partendo da un dettaglio casuale (il ritrovamento di un telegramma), per aprire un ventaglio di interrogativi. Si assiste a un crescendo di curiosità e immaginazione che coinvolge il lettore. (ANGELA FLORI)
Le motivazioni della giuria popolare:
Un mistero è sempre un buon motivo per riflettere, domandarsi, interrogare. Ancor più se nato nella corsia e negli ambienti di un ospedale mentre si è in cura, sovrastati da pensieri negativi fatti di spiacevoli appuntamenti, scadenze, esami, medicinali. Un passatempo salvifico, un segreto speciale: sub rosa è la chiave, in fondo, di tutto quello in cui si è imbattuto il protagonista di questa storia, che punta tutto sul passato per vivere il presente ma soprattutto per sperare in un futuro. (FEDERICA CAPODURI)
Sezione D: Silloge Poetica
Adriana Tasin
Voragini d'azzurro (Interno Libri, 2025)
Adriana Tasin con Voragini d’azzurro testa la nostra capacità di resistere alle vertigini, al richiamo del vuoto, alla tentazione di diventare “eternamente filo di neve”. La sua poetica tesa e segaligna è capace di suturare spazi altrimenti lacerati: l’inorganico della pietra con l’arto che la saggia per affidarle la vita, la verticalità in cui “svaniamo” con la mise en abyme di compattissime stratificazioni, i gesti tecnici dell’alpinista con le soluzioni grafiche del poeta, il paesaggio irraggiungibile con l’orizzontalità degli “indifferenti mobili del soggiorno” e su tutto, anzi alla base di tutto, il varco impermeabile a qualsiasi lirismo, la commovente polisemia della “crepa” aperta da chi “crepa”. (MARTA CAI)
Per un soggetto estremamente originale, e fin ad ora assai poco rappresentato nella poesia italiana, l’autrice trova immagini, ritmi, parole, figure retoriche adeguate, senza pleonasmi e senza sentori di artificio. (GIUSEPPE FEOLA)
La metafora della scalata in alta montagna percorre come un filo rosso tutta questa silloge, in cui la versificazione varia dal verso lungo, al limite della prosa, fino al breve e brevissimo, in una narratività franta e scomposta, ma sempre riconoscibile. La montagna si fa così spontaneamente immagine di un percorso di confronto con gli interrogativi esistenziali, fino a quello supremo della morte. (SERGIO PASQUANDREA)
In questo libro la poesia si forma dai frammenti di un’esperienza luminosa vissuta scalando le montagne, alla ricerca di qualcosa che non ha nome. Ne emerge il racconto di un’ascesa mistica, tema tutt’altro che nuovo. C’è una lunga tradizione artistico esoterica che va da San Giovanni della Croce ad Alexandro Jodorowsky, dove la montagna acquisisce un carattere simbolico grazie a due esperienze che trasformano la fisicità in sacralità: la sofferenza causata dalla scalata e il luogo da raggiungere che si intravede dal basso ma che continua a celarsi nel suo reale aspetto fino alla fine dell’ascesa. L’originalità del testo sta nel mostrare la relazione tra questa tradizione mistica, la poesia e l’alpinismo. La forma frammentaria, dove il verso spesso scompare per lasciare il posto a brevi periodi illuminanti, quasi fossero frammenti di filosofi presocratici, descrive meglio di un discorso diretto l’esperienza alpina. Il riferimento al Rimbaud delle “Illuminazioni” ci consente di situarla in un misticismo laico che cerca il senso dell’esistenza in assenza di Dio. La montagna diventa quindi un sostituto del divino, un ritorno all’estasi primitiva dell’inconoscibile. L’alpinismo, di cui alcuni aspetti tecnici sono illustrati in note esplicative, ne è il rito esoterico, tempo che si distacca dalla vita normale vissuta a valle, tanto che quando si è a valle si pensa a colui che sale e si rimpiange quasi di non condividere con lui il rischio di morire. È, però, un rito di gioventù: “non è che si può trascinare così in alto la vecchiaia”, si dice verso la fine. Qui i versi tornano a disporsi graficamente per sottolineare il ritorno alla necessità della parola, una volta che la fatica non è più il modo di congiungersi con l’assoluto, ma una presenza quotidiana. La morte non è più solo una sfida che accompagna l’arrampicata. (VINCENZO REZZUTI)
In Voragini d’azzurro, Adriana Tasin adotta un linguaggio estremamente preciso, dove il gergo tecnico dell’arrampicata detta il ritmo del verso. La punteggiatura si rarefà e assieme al verso spezzato, favorisce l’immagine di una poesia verticale, che mima la fatica dell’ascesa. La parola diventa allora un “gesto di riparo”, un appiglio necessario per esplorare il confine tra la resistenza del corpo e l’immensità del vuoto. (VALENTINA COTTINI)
La poesia di montagna è tutta scoperta. Non ha rotaie obbligate né sentieri definiti. Il respiro la guida, la conduce il coraggio di osare, lo slancio di assaporare un limite. Il confine è in agguato se non si prova rispetto silente. Ci si deve abbandonare per capire, si devono indossare scarponi, ci si deve graffiare per sfuggire all'ovvio. (LUIGI IANZANO)
Le motivazioni della giuria popolare:
Scrittura in ascensione -nel duplice significato mistico ed alpinistico- che non riduce la poesia a mera espressione dell’Io perché la rende domanda in senso universale. L’autrice utilizza in modo perfetto anche gli incisi, fusi nella metrica per creare una sorta di embrace emotivo e interrogare la vita nelle sue estensioni terrene e dell’altrove. Non percorre una via comoda per scalare la montagna e sceglie un eccellente compagno: Arthur Rimbaud -enfant prodige- che è viandante della strada maestra anche nello smarrimento. Poetica moderna che non cerca abbellimenti, si nutre di riflessi classici per cercare la vastità delle cose. Ed è qui che la parola appare come un buon gesto di riparo. (ANNALISA LUCINI)
Il tema è fugace, talora inafferrabile, ma al contempo più reale della materia. Si respira il movimento, il passo dilatato, lo sguardo di chi trova nell’esperienza il coraggio di scaraventare le proprie azioni al di là del tempo e del suono. Il lessico cade nell’inciampo della natura per uscirne dubbioso, foriero di perplessità audaci, capaci di raccontare la verità della natura. Il messaggio dell’autrice arriva come voce autentica, prestata al ritmo combinato di narrazione lirica e confessione. Così la montagna, teatro dell’incontro tra il qui e l’oltre, si incarna nell’eterno mistero dell’esistenza. (SELENE PASCASI)
Roberta Sirignano
Enfisema dello stile (Marco Saya Edizioni, 2025)
Roberta Sirignano appare come un dispositivo la cui natura e funzione restano miracolosamente misteriose. Sappiamo, anzi vediamo, che genera muri testuali inequivocabilmente immobili sulla pagina ma percorsi da un movimento che obbliga i nostri bulbi oculari ad abbandonare le abituali traiettorie di lettura per sperimentare un’esperienza sinestetica di flash cromatici e oscurità impreviste. Muri di testo, dicevo, radicali non tanto o non solo in senso formale e sperimentale, ma in quanto inumani, impoetici, dove lo scambio tra ossigeno e anidride carbonica, tra io e Altro, è invertito. Sarebbe stato accomodante il ritmo, invece galleggiamo in un incessante ronzio, sarebbe stata gradevole una voce, invece a parlare è il linguaggio stesso, privo di intonazione e di esperienze esistenziali in grado di situarlo, ci avrebbero consolato tanto la semantica quanto il delirio scomposto, invece tramite mattoni di azioni che si incastrano senza il raccordo dell’articolo o della punteggiatura (che quando c’è non modula, bensì scontorna in modo scultoreo) riceviamo dettagliatissime, incalzanti istruzioni che comprendiamo ma non sapremo mai eseguire: Enfisema dello stile è una con-testazione del reale. (MARTA CAI)
Un linguaggio poetico destrutturato che esce dai canoni per proporsi come forma artistica aperta. Non a caso il titolo (“Enfisema dello stile”) allude a una malattia della forma e a un’impossibilità di ripercorrere strade che appaiono sempre più senza uscita (essendo solo “propaganda” o “lagna esistenziale”). Ma per andare dove? Il libro stesso come mezzo sembra inadeguato. Vedrei bene questo aggregarsi di parole scritto su un muro ed esposto magari in qualche galleria, oppure recitato in un video con immagini della nostra quotidianità cittadina. Non mancano ovvi rimandi alla scrittura automatica e al dadaismo. Quest’ultimo in particolare viene in mente per le parole quasi intruse che compaiono nel testo, forse emergendo da un inconscio consumistico, tecnologico e biotech. Ad esempio “aloe”, “transporter”, “betabloccante”, “pungiball”, ecc. Ai confini del futurismo sono poi le parole composte, non proprio neologismi, come “odioserenità”, “gommatosensazionalismo”, “dolormantenendo”, ecc. L’uso di caratteri tipografici estranei all’ortodossia letteraria come il punto fuori contesto, il checkbox o il punto elenco credo alluda a un’alterazione del significante dovuta al nostro utilizzo di strumenti tecnologici per la comunicazione. Mancano invece virgole e punti per delimitare frasi di senso compiuto, perché l’unica possibilità di comunicare pare quella di abbandonarsi a un flusso di parole ininterrotto, senza cercare alcun tipo di purezza espressiva. Sarebbe però un errore cercare un senso lì dove l’autrice denuncia una mancanza di senso, salvo immaginare il testo come l’estensione di un’aporia. All’improvviso, però, l’esigenza di comunicare, di pronunciarsi su un evento, compare con una semplice dedica: “Per Gaza”, e sembra quasi di vedere lo sforzo di dire ciò che rischia di essere “propaganda” o “lagna”, ma che nonostante tutto non si può fare a meno di dire. I titoli delle sezioni riportano la stessa parola inglese, “noise”, cioè “rumore”. Indica l’elemento di disturbo che pregiudica la comunicazione, come ben spiegato nella postfazione di Francesco Muzzioli. (VINCENZO REZZUTI)
Roberta Sirignano costruisce in Enfisema dello stile una lingua caratterizzata da una sorta di compressione, dove il verso sembra lottare contro il proprio respiro. La scrittura rinuncia alla linearità, guidata dall’accumulazione di frammenti in una struttura estremamente densa e materica. Attraverso un lessico che scava tra il dato biologico e l’urgenza emotiva, Sirignano indaga l’incomunicabilità come un’ostruzione fisica, trasformando lo sforzo espressivo in un campo di tensione continua. È un linguaggio che agisce per sottrazione, trovando nei silenzi e nelle interruzioni la sua massima precisione. (VALENTINA COTTINI)
Provocatoria anomalia in lungo verso asfittico con tutte le misure fuori misura poesia prosa boh libertà estrema incalzante dov'è il punto ricomincia e chi scrive sono io fuori dal rumore // noise // delle parole forse sì sono l'io condannato dall'io liberato // noise. (LUIGI IANZANO)
Buona padronanza degli stilemi della poesia italiana della seconda metà del XX secolo. (GIUSEPPE FEOLA)
Le motivazioni della giuria popolare:
Travalica le avanguardie note questa scrittura permeata di ritmi sincopati e rumore che diventa anello che congiunge senza mai spezzarsi. L’autrice sviluppa un linguaggio poetico che non chiede comprensione immediata ma ascolto senza pregiudizio. Distrugge, apparentemente, gli schemi classici del verso per raggiungere una musicalità che talvolta è caos, nenia, ripresa del respiro dopo apnee. La punteggiatura inesistente è utilizzata sporadicamente e -quando presente- è tranchant, riportando l’attenzione sul termine o sulla sua scomposizione: .e questa è nausea./ focus .prossima luce e prossimo suono. (ANNALISA LUCINI)
Stefano Solaro
Otto Tipi di Insetti (Arcipelago Itaca, 2025)
La poesia di Stefano Solaro si muove su un registro linguistico colloquiale, ma con scarti di senso che aiutano a conferire alle immagini evocate un senso di leggero straniamento. Così, i personaggi della vita di ognuno di noi acquistano una sorta di rilievo onirico, come se li vedessimo attraverso una sensibilità acuita, che passa oltre il grigiore dell'esistenza per rivelarne il vuoto interiore. (SERGIO PASQUANDREA)
Stefano Solaro adotta, per i suoi versi, un linguaggio poetico che si muove nel perimetro del quotidiano metropolitano. Lo stile di Otto tipi di insetti è molto contemporaneo e rinuncia in parte a un’espressione prettamente lirica per farsi cronaca di un’esistenza precaria. Oggetti concreti come display, farmaci e residui di traslochi diventano i perni di una scrittura analitica, che osserva le difficoltà relazionali e un senso di smarrimento dell’identità. Il ritmo del verso sembra riflettere il flusso malinconico dei giorni, mentre la parola cerca il dettaglio, il fotogramma, una lente che trasformi l’alienazione urbana in una forma di resistenza (VALENTINA COTTINI)
Con "Otto tipi di insetti", Stefano Solaro ci consegna un'opera di esordio che nasce da un'urgenza, da un impeto furioso contro la propria finitezza, contro i limiti del mondo reale che sconfina nel sogno senza mai diventare sogno, e contro quelli del linguaggio, che frena di fronte all'ineffabile o che, se riesce a dirlo, arriva sempre troppo tardi. "L'altro si avvera solo se c'è cura / dirlo ora è quasi un'offesa/ ma solo adesso mi accorgo di averlo/ capito". Il mondo quotidiano, popolato di amici, di ex, di antidepressivi, di sostanze stupefacenti, di oggetti, di serie americane, diventa una moderna "foresta di simboli", per dirla con Baudelaire, o una "giungla", per dirla con Solaro ("Stasera quale giungla?", si chiede), in cui ogni cosa diventa corrispondenza e segnale di un conflitto personale irrisolto. Lo sguardo del poeta di posa su tutto interrogando le cose come le persone con domande che non possono ottenere una risposta e che, nonostante l'approccio estremamente autobiografico del libro, lo travalicano per farsi esistenziali. "O finiremo anche noi tra i buoni / tra quelli che frustano/ per non essere frustati?", chiede il poeta, che non concede sconti. La lingua è asciutta, schietta, talvolta colloquiale. Solaro sa che con la scrittura può scandagliare, tentare anche di scardinare il trauma, ma non può offrire né soluzione né redenzione. "Prendere quel maledetto nodo / e provare a scioglierlo con un altro nodo" è tutto quello che l'autore può offrire. Non si tratta, tuttavia, di un libro cupo né crudele. La scrittura di Solaro offre al contrario, forse inconsapevolmente, una speranza di salvezza: essa risiede tutta nella sua sincerità. (VALERIA CAGNAZZO)
Verità si respira, senza troppo cercarla, impressa nel nodo quotidiano, andazzo spietato e vago, bagliore smodato. Utile raccolta di cose sparse, pensieri da stirare, caos da deglutire, messi a posto così, quando e come meritano. (LUIGI IANZANO)
Interessante costruzione, nel solco di alcuni esempi della poesia del XX secolo. (GIUSEPPE FEOLA)
Una raccolta di poesie che sono cronaca emotiva di un’impasse esistenziale. Senza fare riferimento a grandi questioni, ma proprio per questo riuscendo a essere autentico, l’autore scopre le tensioni di un rapporto affettivo e l’insoddisfazione per la propria vita, inevitabile come la morte, nonché il continuo ritorno di un passato di attese non soddisfatte. È la vivisezione di giornate uguali, dalle serate passate in stanze separate ai sogni (questi ultimi un po’ ripetitivi, come se la loro resa in poesie rispondesse a un’idea troppo astratta). Protagoniste sono le case, i luoghi che contengono le vite e ne perpetuano, attraverso gli oggetti, il ricordo, e ciò che le circonda: le strade, i cantieri, i locali, i rumori. Si cambia casa per cambiare vita, “da qui in poi cambia tutto” si legge, ma il provvisorio non risolve l’esistenza, nonostante l’odore di Ikea. Si abbandonano oggetti rinunciando ai ricordi, dal magnete di Star Wars ai fiammiferi di un bar di Berlino, approdando nell’età adulta (“questo salto negli adulti senza trionfo né coraggio”) solo perché altro non si può fare. La mancanza di prospettive è il karma di un’epoca dove non c’è più nulla da costruire e l’autore lo rende con innegabile sincerità. In sottofondo, sempre e solo accennato, c’è il mondo del lavoro, prezzo da pagare per potere andare in viaggio alle Canarie e godere dei propri disagi esistenziali senza il rischio di finire in una vita più crudele. Il linguaggio è pulito e quasi narrativo, se non fosse per continui spostamenti di senso che ricordano la tecnica di molti grandi cantautori, tanto da farmi pensare al Claudio Lolli di una vecchia canzone, “Angoscia metropolitana”. (VINCENZO REZZUTI)
Le motivazioni della giuria popolare:
Ogni linea vitale prende corpo nel verso asciutto che utilizza il parlato in alternanza con una liricità contemporanea. Il titolo stesso è metafora molto interessante di passaggi emotivi che, tra reale e onirico, non hanno contorni netti. In questo non margine si annida una scrittura autentica che è poesia: .. Ste ma tu lo hai mai pensato/ che mettere sempre tutto a sistema/ infilare di forza il senso in un sabato mattina/ sia un po’ come prendere quel maledetto nodo/ e provare a scioglierlo con un altro nodo? (ANNALISA LUCINI)
Con un linguaggio quasi tangibile, scevro da finzioni, affidato a versi che diventano immagini prima di filtrare dalla pelle e mutarsi in memoria, la poesia di Stefano Solaro diventa tatuaggio dell’essere. Trasformazione. Il tono arriva complice, come quello di un confidente che ci apre la porta dell’intima coscienza per farsi specchio e metafora della vita, mostrando al lettore il mondo altro, lo spazio sacro dove parole, silenzi e ricordi scavano lì dove il dolore incontra il destino. Un’opera che, senza cedere alla disillusione, appaga l’esigenza atavica della salvezza, contaminando di luce il baratro dell’umana fragilità. (SELENE PASCASI)
Sezione E: Poesia singola
Monia Casadei
Fu l'estate in cui mio padre venne meno
Monia Casadei riformula l’ovvio ma sempre scandaloso attrito tra la mai nominata morte (il “venir meno”) e la permanenza della vita con i suoi cicli inarrestabili, le sue noncuranti ripetizioni, le sequenze di tormentoni e gesti collaudati che perdurano efficaci e ce li mostra, a sottolinearne lo scherno, come addirittura espressivi (i covoni romanzano i poderi, la canicola digrigna sull’asfalto). Se davvero esistessero logica e giustizia, l’immane sottrazione (del padre, cioè genealogica) dovrebbe portare al crollo del sistema, ma così non è. La sorpresa di non trovare neppure un “graffio/sulla glabra superficie delle cose” rivela con il lampo intuitivo proprio della poesia la radice comune di trauma e thauma, l’irrequietezza originaria che consente la trasmutazione e tramite questa l’aprirsi di un silenzio – finalmente – “tutto nuovo” e non artefatto, bensì “scrauso” come un papavero tra i campi. (MARTA CAI)
Un evento personale, la perdita del padre, viene collocato in un mosaico di immagini accostate a formare delle schegge di realtà leggermente straniate, con un abile uso dell'aggettivazione e degli spezzamenti ritmici. (SERGIO PASQUANDREA)
Nella poesia di Monia Casadei, emerge una ricerca lessicale e stilistica attenta, che restituisce la sensazione di una voce riconoscibile e autentica. Il consapevole uso della metrica crea uno spazio di risonanza: è attraverso il rigore tecnico che nasce l’intimità, il contatto profondo con il tema del lutto. L’ambientazione nella stagione più calda dà luogo a un paradosso che evoca immagini suggestive e inattese: la morte, per stereotipo associata al freddo e al buio, tinge la luce e il calore dell’estate di un’angoscia che permea il componimento una strofa dietro l’altra. (VALENTINA COTTINI)
Il ricordo di un’estate vissuta con la sensazione di diversità data da una malattia, “scrausa / come lo è un papavero tra i campi”. La descrizione delle sensazioni legate al “gran frinire indaffarato” mentre “le cicale si dannavano d’amore”. Il “concerto di strumenti collaudati” degli uccelli “sempre ebbri” accompagnano le parole che “rovesciavano per strada / noncuranti / le minuzie senza senso della vita”. Una poesia che nei ritmi ricorda il primo novecento, con echi di Corrado Govoni e altri crepuscolari. Di lettura assai piacevole, ci offre qualcosa di già conosciuto. (VINCENZO REZZUTI)
Un’efficace rappresentazione di una condizione interiore difficile dovuta a un lutto. Nel mezzo di un ambiente plasmato in forme sempre uguali dall’estate e dall'affaccendarsi consueto del trantran quotidiano, l’unica componente mutata è la condizione interiore dell’autrice che, tuttavia, anche se inizialmente descritta con strumenti dialettici appartenenti ad altri campi semantici, pure si risolve in una rappresentazione portata avanti attraverso topoi tipicamente estivi: l’autrice, infatti, infine si descrive “spopolata come avviene ai centri urbani”, “scrausa come lo è un papavero/tra i campi”. Come a voler alludere a una pari appartenenza della sua condizione mutata all’eterno scorrere del fiume eracliteo, al suo riassorbimento sotto la “glabra superficie delle cose”. E anche la versificazione tendente all’alternarsi di versi lunghi e corti, in special modo dodecasillabi e quadrisillabi, che alla lettura assume un andamento cantilenante, risulta particolarmente adatta alla trasmissione di questo messaggio. L’autrice, perciò, riesce in modo encomiabile a rappresentare con gli strumenti messi a disposizione dalla poesia il lutto e una sua possibilità di risoluzione. (FERNANDO DELLA POSTA)
Linda Aquaro
La vicina
La poesia di Linda Aquaro, attraverso l'immagine rarefatta di una vedova dal nome incerto, è una sonda esistenziale posata su pareti domestiche. Esplora l'alterità con voce sincera, tono a volte ironico e nessuna commozione; il muro che separa due case è "confine", che il poeta ha il dovere di attraversare per incontrare "l'altro". Indaga il vuoto, che non è solitudine, ma diventa spazio abitabile. Dove anche dalla morte e dall'assenza può emergere l'occasione per domande colme di stupore, per una nuova scoperta di sé. (VALERIA CAGNAZZO)
In un gioco di correzioni e finte amnesie, un tema scottante come il lutto viene affrontato in un'ottica obliqua, con un'asciutta ironia che non esclude l'empatia e la compassione. (SERGIO PASQUANDREA)
Una riflessione sulla vita coniugale portata avanti con ironia pungente e un pizzico di follia. Attraverso strumenti narrativi quali la depersonalizzazione e lo humor nero, l’autrice riesce a rappresentare in modo efficacissimo un processo di rielaborazione della fine naturale di una vita di coppia. Le storie e le figure emblematiche evocate sono soprattutto cinematografiche, dalle black comedy ai drammatici, in special modo, più per atmosfera che per trama, la madre di Harry di “Requiem for a Dream” di Aronowsky. Debiti letterari invece possiamo trovarne nel minimalismo formale americano di Raymond Carver o di John Fante. (FERNANDO DELLA POSTA)
Linda Aquaro dipinge un ritratto preciso: quello di una vedova, nell’immediata solitudine che segue il lutto del marito, nonché la condizione odierna di molte donne anziane, il cui nome e la cui esistenza si perdono nella memoria della collettività. La monotonia dei giorni che passano è delineata in modo raffinato dall’incedere ritmico del verso, che descrive con nitidezza la staticità dell’attesa. (VALENTINA COTTINI)
La vicina, dal nome indefinito che può essere Pina come Luisa, è diventata vedova da poco e non piange più, “delusa / dallo spazio dei vuoti coniugali”. Scoprirsi sola è quasi deludente, perché “tanto timore richiedeva ben altri panorami”. Vive con un po’ di colpa il senso di sollievo (“Sorride, / anche se non sta bene, che è ancora in lutto”) e pensa a un futuro solo suo (“pensa allora che ci sono altri giorni, / e sono tutti suoi in fondo”). Una poesia dai toni tenui che ricorda un po’ Valerio Magrelli, minimalista nelle intenzioni, che descrive le emozioni dei piccoli o grandi drammi individuali. (VINCENZO REZZUTI)
Rita Anna Greco
Prende male le misure sbatte agli spigoli
Il difficile rapporto con la vita passa attraverso un errore di postura (“Prende male le misure sbatte agli spigoli / si ferisce le mani dalle mani franano gli oggetti”) che prepara l’adesione a una rinuncia collettiva (“compone l’arazzo dei perché inevasi / dei non so posti a protezione”). Alle “scorie emotive” non si reagisce, si fanno spallucce saggiando il vuoto dell’abisso. Una breve poesia, quasi un frammento, ma assai densa di significati non del tutto interpretabili. L’autrice riesce a trasmettere una sensazione di incertezza esistenziale, con qualche eco di grandi del novecento come ad esempio Rosselli. (VINCENZO REZZUTI)
“Si raggiunge per diminuzione”, una sentenza impegnativa e dalle ambizioni elevate che in questa poesia viene efficacemente smontata. Smontata perché, messi di fronte a una fallibilità e una fragilità del tutto umane, le quali, inevitabilmente, ci portano a prendere “male le misure” del mondo e anche a danneggiarci rinunciando a opportunità che in prima analisi abbiamo giudicato superflue, il “piede eterno”, ovvero il nostro avatar spirituale, così rinnovato e purificato si accorge infine di muoversi in un ecosistema del tutto svuotato, ovvero del tutto privato di possibili esperienze con cui poter costruire un senso che gli sia proprio e che quindi lo soddisfi. (FERNANDO DELLA PESTA)
Rita Anna Greco traccia una geografia del disorientamento, dove il verso si fa cronaca di un’inadeguatezza fisica e psicologica. Lo stile è caratterizzato da una disgregazione del quotidiano: gli oggetti e gli spazi diventano ostacoli contro cui la parola “sbatte”: franano, come frana la lingua, che si scompone in una varietà di registri, assecondando con consapevolezza l’esigenza lirica. (VALENTINA COTTINI)

